Voto

8.5

Dopo aver militato come bassista per numerosi tour e artisti del calibro di Erykah Badu, Thundercat spunta la terza casella degli LP in carriera. E se dicono che l’alcol sia in grado di tirare fuori il lato peggiore di una persona, a lui l’essere Drunk fa proprio l’effetto opposto. Cinquantadue minuti ben distribuiti in ventitré tracce brevi e incisive, tra cui presenziano le tastiere di Flying Lotus, il sassofono di Kamasi Washington, il rap di Kendrick Lamar e la voce di Pharrell.

Il disco, seguendo una struttura ad anello, raccoglie miagolii (Fun’s Mail), storie di portafogli persi (Captain Stupido) e di un amore a volte profondo e altre più risoluto: “If you’re not bringing bottles I suggest you start to walk away / Bitch don’t kill my vibe / I can tell you’ve kinda got uncomfortable / So let me break it down for you / Don’t call me, don’t text me, after 2am / Unless you plan on giving me some / Cause I got enough friends” (Friend Zone).

Thundercat, come in un mercatino vintage, “raccatta” tutti i suoni dei 70s e li attualizza senza ricorrere a modifiche eccessivamente profane; a partire dalla copertina, il cui font rimanda più a un disco di Curtis Mayfield che a uno del 2017.

Anna Laura Tiberini