Voto

Nel futuro di Terry Gilliam i passanti saranno inseguiti e chiamati per nome dalle pubblicità, le notizie dei media d’informazione saranno selezionate per divulgare solo “quelle belle”, tutto sarà sotto il controllo di una sorta di Grande Fratello 2.0, la Mancom, una corporazione che processa identità, e alle feste si ballerà con i propri tablet, costantemente in collegamento con gli amici sui social network. A ben vedere, il passo che separa le abitudini di oggi a quelle dipinte da Gilliam è spaventosamente breve: questo quadro futuristico, distopico o utopico a discrezione dello spettatore, non vuole essere profetico, ma satirico nei confronti della realtà di oggi. Il regista parte infatti dalla contemporaneità ma, con il suo inconfondibile stile di regia fatto di inquadrature distorte, dal basso e deformate, ne restituisce una versione iperstimolante e stralunata, dalla familiarità preoccupante.

Se nei suoi film più riusciti Brazil (1985) e Paura e delirio a Las Vegas (1998) una riflessione coerente e profonda sull’umanità affiancava la vivace regia piena di colori, The Zero Theorem perde il mordente iniziale, e la tematica portante della ricerca del senso della vita sfuma progressivamente in una retorica inconsistente.

È il grande cast (Christoph Waltz, Matt Damon, Mélanie Thierry, David Thewlis, Tilda Swinton) a impedire allo spettatore di distrarsi e di perdere del tutto il filo della narrazione, che batte in ritirata spostando il proprio perno dall’esistenzialismo ai personaggi, un insieme di strambi squisitamente umani alla cui sorte non ci si può non affezionare.

Benedetta Pini