Voto

7

Gli Zen Circus sono tornati, ancora una volta con le tasche piene di quella verve provocatoria che li ha sempre caratterizzati: il disco, fin dal titolo e dalla copertina, è un quadro di sana polemica e di disillusione verso una realtà in cui sembra avere più importanza dimostrare al mondo di “esserci” più che di “essere”. Senza filosofeggiare troppo, il trio toscano ha dato vita a dieci tracce dirette ed esplosive, che strappano un sorriso amaro dietro l’altro.

La title track suggerisce una potente e sarcastica chiave di lettura: forse un’ipotetica terza guerra mondiale potrebbe essere la soluzione per individuare quali siano davvero le nostre priorità, svegliare tutti da un comune torpore paralizzante e cominciare a inquadrare una realtà che è sempre meno messa a fuoco. In questo scenario apocalittico si collocano gli stessi Zen, che non indossano le vesti di risolutori né di maestri, né di sterili accusatori (La Zingara e Il Terrorista); sono piú tre amici che vogliono osservare il mondo intorno a loro da vicino e lo raccontano come farebbero “i vitelloni” al bar ritratti dal livornese Bobo Rondelli. Quello degli Zen Circus è sempre stato un neorealismo dall’anima rock e dal profumo nazionalpopolare, nel quale ogni provocazione si veste di empatia, quel pizzico di cinismo prende per mano la volontà di far riflettere e i mezzi termini non sono mai stati di casa.

Ad aprire il sipario su polvere e macerie è il primo dei due singoli, anima del disco: lo sguardo vivo di Ilenia, la nuova Ragazza eroina, esprime con grinta e ironia la sete per una nuova era, il disincanto verso tutte quelle piazze vive solo a parole ma paralizzate nell’azione, “piene ma innocue”, che “fanno rivoluzioni solo quando sono vuote”. Ma Ilenia, come L’anima non conta e Non voglio ballare, ricorda che La Terza Guerra Mondiale degli Zen Circus è anche uno scontro intimo, individuale, “che ormai la rivolta è anche personale”.

Dal punto di vista musicale, gli Zen tornano al classico: mancano sovrastrutture, risuonano solo chitarre, basso, batteria e voci. L’attitudine punk-rock persiste, soprattutto in brani come Ilenia, e nella scrittura di Andrea Appino si individua sempre la vena folk. Gli anni ‘80 e l’eco del rock demenziale degli Skiantos, molto cari alla band, travolgono invece Pisamerda, un pezzo grottesco e senza peli sulla lingua per dare voce a quell’insoddisfazione che, tra odio e amore per la propria città, tutti i provinciali hanno provato almeno una volta nella vita. L’album si chiude nel migliore dei modi con Andrà tutto bene, un brano-dichiarazione d’intenti: gli Zen si propongono di fare in modo che chi non si sente esattamente al proprio posto possa sentirsi meno solo attraverso la propria musica, che diventa un reale punto di comunione privo di false speranze e dei soliti ritornelli consolatori.

Valeria Bruzzi