Voto

5

Non è sbagliato rimanere fedeli alla propria identità musicale: sarebbe un peccato, invece, non accorgersi di quello che accade intorno a noi. The Who hanno faticato molto per produrre nuova musica dopo la morte del batterista Keith Moon nel 1978, e questo lo dimostrano i fatti stessi: solo quattro dischi da quella data ad oggi. Purtroppo, al di là dell’aura sacrale che avvolge i due superstiti del super gruppo britannico, il chitarrista Pete Townshend e il cantante Roger Daltrey, la carica esplosiva che è stata il marchio di fabbrica del collettivo sembra essersi esaurita. Who, attesissimo ultimo lavoro in studio del gruppo, delude le aspettative di chi si aspettava una ri-attualizzazione di quelle sonorità che hanno scritto la storia della musica contemporanea.

Tanto hard-rock, qualche ballata e la voce di Daltrey che, (almeno quella!) sembra non sentire lo scorrere del tempo; non si trova tanto di più lasciando scorrere i quattordici brani del disco. Il sound delle origini lo si ritrova nella prima traccia, All This Music Must Fade, uno sguardo nostalgicoal tempo che passa e ai cambiamenti che hanno investito la musica, che si rivela una denuncia di programmatica inattualità: “I don’t care/I know you’re gonna hate this song” e ancora “We never really got along/It’s not new, not diverse […] It’s just a simple verse”. Il resto dell’album fluisce piacevolmente e non può vantare momenti particolarmente memorabili.

Il tono sprezzante del gruppo si riduce a semplice constatazione di una realtà con la quale Townshend e Daltrey non riescono più a comunicare, o meglio, alla quale possono proporre soltanto un sound già ampiamente digerito, “This sound that we share/Has already been played/And it hangs in the air” (All This Music Must Fade). Un’occasione sprecata da parte di due mostri sacri della musica moderna.

Riccardo Colombo