Voto

5

I The Voidz sono solo un altro nome con cui chiamare gli Strokes. In altre parole, il pop-rock riscaldato dei The Voidz, con qualche briciola di elettronica buttata qua e là, non è altro che l’imitazione di un’imitazione, la copia di una copia.

Ascoltando Virtue è possibile ripercorrere una storia della musica in cui i Kraftwerk non sono mai esistiti, in cui la loro filosofia, il loro modo di trarre ragione d’essere direttamente dalla realtà, la loro capacità di essere nel presente, di essere il Presente ed esserne contemporaneamente oltre, non hanno mai contaminato il rock, il pop, l’elettronica, l’universo. È una storia della musica, cominciata con il punk, che è rimasta congelata per anni per poi essersi risvegliata quando ormai era troppo tardi e a imperversare nel mondo del suono c’erano i Coldplay, i Muse e gli Strokes; il revival.

I The Voidz appaiono stanchi ancora prima di iniziare la partita, come se si portassero sulle spalle il peso di un passato a cui non hanno mai preso parte e che, per quanto breve e circoscritto, si sono impegnati ripulire, lucidare e mettere a nuovo. Il pop-rock revivalista dagli anni ’90 a oggi ne ha fatti di passi avanti, ha messo a punto le proprie mosse e cercato di espandere i propri confini (Virtue pomicia con l’R&B, il garage e l’elettronica, ed è parecchio ritmato), ma nella sua musica manca sempre un elemento di sorpresa, un guizzo, quello sfrontato radicalismo libero da qualsivoglia catena in grado di provocare un sussulto, di riempire con la propria fragranza di novità i polmoni e dare l’impressione di respirare veramente per la prima volta – tutti aspetti che sono appartenuti, in un modo o nell’altro, alla tradizione rock e pop da cui questa musica attinge

Federica Romanò