1. Bad education

Nel 1989 43 donne danno alla luce 43 neonati: nulla di eclatante su scala mondiale, se non fosse che le donne non erano incinte. Sir Reginald Hargreeves (Tom Hopper), un misterioso miliardario, decide di adottare sette di loro per plasmarli in supereroi forti ed efficienti. Crescendo, svilupperanno personalità piuttosto problematiche: chi narcisista, chi insicuro, chi tossicodipendente, ognuno è tormentato dai fantasmi della propria infanzia. Li accomuna l’odio per chi per primo li ha ridotti così. Adattamento dell’omonimo fumetto scritto da Gerard Way (leader dei My Chemical Romance) e disegnato da Gabriel Bà, The Umbrella Academy è uno schiaffo ai prodotti Marvel e DC che mostra con ironia il rovescio della medaglia e che cosa significhi davvero essere un supereroe, al di là de dell’archetipo.

2. Marvel & Wes Anderson

La morte di Sir. Reginald Hargreeves e la minaccia apocalittica da sventare, diventano l’occasione che porta i sette a riunirsi dopo anni passati separatamente. Un brutale ritratto di famiglia e l’avventura si intrecciano, diventando il motore di propulsione dell’intera serie. Dal forte impatto emotivo senza tuttavia abusare della componente drama, The Umbrella Academy rappresenta in modo convincente la sensazione del rimorso, servendosi abilmente dei flashback; così, il messaggio della serie è forte e chiaro: è più difficile perdonare che salvare il mondo.

3. We are the weirdos

The Umbrella Academy è ricco di elementi eccentrici, come Pogo lo scimpanzé maggiordomo, gli assassini Cha-Cha (Mary J. Blige) o Hazel (Cameron Britton), e i protagonisti non sono da meno. Se da un lato i registi Steve Blackman e Jeremy Slater si discostano dalla superficialità di tanti altri film di supereroi, cercando di arricchire i personaggi con elementi originali, dall’altro scivolano nel baratro dei clichè. Si pensi a uno dei sette, Klaus (Robert Sheehan), il tipico ragazzo ribelle e provocatorio vittima delle sue stesse enormi potenzialità, che finisce col rifugiarsi nell’abuso di droghe. Ma anche a Vanya (Ellen Page), ragazza introversa e insicura che prevedibilmente accresce le proprie capacità episodio dopo episodio. Insomma, il talento degli attori viene confermato ma non esaltato, privilegiando una banalizzazione del fumetto mirata ad ampliarne il bacino d’utenza.

4. Numero Cinque

Numero Cinque (Aidan Gallagher) muove l’intera serie: costretto nel corpo di un bambino ma con la coscienza di un anziano, è il personaggio che eleva l’intera stagione. Il brio conferito alla narrazione dalla sua comicità dimostra il potenziale del giovane attore, conferendogli il titolo di carattere più variegato e sfaccettato di questa prima stagione.

5. Una marcia in più

La regia piatta e le scelte narrative banali (come l’appiattimento dei personaggi appellandosi ai soliti stereotipi) privano la serie tutto il divertimento del fumetto originale, rendendo la prima parte lenta e prevedibile. Il ritmo si risolleva nelle ultime puntate, ricche di azione e sempre più avvincenti, che fanno ben sperare nella seconda stagione. Ma a fomentare davvero l’hype della serie sono le coreografie delle scene d’azione, che oscillano tra superoismo, black humor e atmosfere ucroniche, sulle note pop della colonna sonora. Un po’ Le terrificanti avventure di Sabrina, un po’ Maniac, The Umbrella Academy fa coesistere convenzioni sociali contemporanee, sfumature steampunk, vibrazioni anni ’50 e tecnologia anni ’70.

Daniela Addea