Voto

7

The Rider colpisce fin dalle prime immagini, da quando l’occhio del cavallo guarda fisso in camera in un primissimo piano. Colpisce forte come una sua calciata in faccia. Gli zoccoli alzano la polvere da terra e scalpitano. La folta criniera si agita a destra e a sinistra e le narici si allargano e il cavallo nitrisce prima di correre tra il vento. La regista Chloé Zhao rivista il genere western eliminando i buoni, i cattivi e i duelli: siamo nel cuore degli Stati Uniti di oggi, dove giovani e vecchi cowboy allevano i cavalli e li cavalcano fino a quando non sono pronti per essere venduti. 

La storia, vera, è quella di Brad, giovane cowboy che vive nella riserva indiana di Pine Ridge con suo padre Tim, giocatore d’azzardo, e la sorella Lil, affetta da sindrome di Asperger. Da generazioni la famiglia alleva cavalli, così Brad si è fatto conoscere nella sue zone per essere uno dei migliori. Sembra essere in grado di decifrare ogni movimento di questi animali, anche quando si tratta dei più selvaggi; almeno fino a quando, durante un Rodeo a Fargo, il suo cavallo si imbizzarrisce. Brad cade e il cavallo gli schiaccia la testa procurandogli un’emorragia interna. The Rider inizia da qui, dalla sfida e dall’accettazione di Brad, che ora vive con una placca di metallo in testa, soffre di problemi di salute e i medici gli hanno consigliato vivamente di non cavalcare mai più.

Nel 2015 Chloé Zhao si era recata nella riserva per visitare un ranch e lì ha incontrato un giovane Lakota di nome Brady Jandreau, membro della tribù Sioux Lower Brule. È un cavallerizzo addestratore di cavalli che vive come ogni altro uomo di quel territorio: caccia a cavallo, pesca nel fiume, passa la maggior parte delle giornate ad addestrare i cavalli selvaggi fino a quando non sono pronti per essere venduti. Dopo aver ascoltato la sua storia, Chloé ne rimane ammaliata e capisce che quella era una storia da raccontare e che a raccontarla doveva essere direttamente lui, e lo stesso doveva accadere per i suoi familiari ed amici.

The Rider si rivela così un post-western con tratti documentaristici; un genere ibrido di cui abbiamo già visto alcuni esempi come A Ciambra (Jonas Carpignano, Italia 2018). L’occhio della macchina da presa si fa antropologo curioso di scoprire un mondo che non gli appartiene, per esplorare il mondo del rodeo. La dimensione psicologica di un giovane come Brad, cresciuto nel cuore più profondo dell’America, viene approfondita con un registro stilistico che alterna la camera a mano alle ampie vedute della steppa americana, andando a sustanziare una drammaturgia solida che ben dimostra l’ideale di cowboy che questi giovani cercano di emulare per tutta la vita

Anna Pennella