Voto

8

Il regista Andreas Pichler è riuscito a illustrare le politiche di mercato dell’Unione Europea accumulando materiale unicamente sulla produzione intensiva del latte, a dimostrazione del fatto che spesso per capire la realtà nel suo complesso sia sufficiente osservarla con più attenzione. Ed è così che il problema della fame nel mondo entra in relazione con quello dello sfruttamento animale, con l’inquinamento e con l’immigrazione. La realtà non è fatta per essere settorizzata, gerarchizzarla e suddividerla in categorie è una grossa perdita di tempo e The Milk System riesce a dimostrarlo nel giro di un’ora e trenta minuti.

Andreas Pichler comincia il suo documentario illustrandoci la condizione lavorativa di due imprenditori tedeschi che possiedono sei fattorie con 750 vacche e soltanto dodici dipendenti: una vita condotta all’insegna dell’ottimizzazione, nella speranza che i prezzi del latte venduto alla multinazionale Arla aumentino al punto da permettergli di ripagare i debiti. Nelle loro fattorie (se così le si può chiamare) centinaia di vacche geneticamente modificate, create ad hoc per riuscire a sopravvivere fino a tre massimo cinque anni d’età producendo ingenti quantitativi di latte (“ogni giorno nelle loro mammelle circolano più di 20 mila litri di sangue, uno sforzo fisico estenuante”) e partorendo almeno una volta all’anno, vivono in spazi angusti senza poter mai mettere piede in un prato. Sono macchine inserite in ambienti di sterili macchinari, sfruttate da uomini che lottano agonizzanti per la propria sopravvivenza; sono schiave, insomma, di servi delle multinazionali.

L’alternativa è offerta dalla fattoria biologica a conduzione familiare di Alexander, in Malles Venosta (Italia). Le sue vacche pascolano, si cibano di erba – e non, al contrario di quanto avviene negli allevamenti intensivi, di mais e soia che finché verranno versati nelle mangiatoie invece di essere usati “per sfamare esseri umani non riusciremo mai a sconfiggere la fame nel mondo” – e non sono costrette a sostenere ritmi intensi di produzione, per questo la loro età media supera di gran lunga i cinque anni. Per Alexander espandersi conta ben poco e preferisce agire localmente, muovendosi nell’interesse dei suoi affari, dei suoi clienti, dei suoi animali e dell’ambiente.

Il surplus e la sovrabbondanza decantati dall’industria alimentare intensiva, infatti, non sono sostenibili su più fronti per ovvie ragioni; dal punto di vista ambientale, ad esempio, i danni provocati dall’ingente quantità di liquame prodotto negli allevamenti intensivi – pari a tre litri per ogni litro di latte, una cifra altissima se si considera che anche solo una delle fattorie prese in esame da Pichler produce da 20.000 a 24.000 litri di latte e quindi 70.000 litri di liquame al giorno – sono esorbitanti. Non è possibile, infatti, aumentare la produzione cibando le vacche di solo foraggio grezzo: due terzi dell’energia necessaria alla produzione di latte proviene dai campi, sotto forma di mais ma soprattutto di soia, ricavata disboscando enormi superfici di foresta pluviale in Sud America.

Queste proteine sono composte per lo più da nitrogeno, che non viene poi riportato nel luogo d’origine ma abbandonato sul territorio europeo. Parliamo di un quantitativo talmente alto di nitrogeno da provocare un elevato rischio di emissioni, durante le quali viene rilasciata ammoniaca. I nitrati vengono assorbiti dal terreno e liberati sotto forma di azoto (estremamente dannoso per il clima) nell’atmosfera. Precisa poi Pichler “La presenza di nitrati nelle acque sotterranee è molto pericolosa, perché il nostro corpo li trasforma in nitriti che inibiscono l’ossigeno e possono essere cancerogeni”.

Anche l’utilità stessa del latte per la nostra salute viene messa in discussione. Il ricercatore nutrizionale Walter Willett, intervistato nel documentario, mette in guardia sull’abitudine all’abuso di latticini tipica della nostra società; come è possibile che “i paesi con il più alto consumo di latte abbiano il maggior numero di fratture ossee”? Considerato un alimento funzionale in età infantile, il latte può rivelarsi addirittura svantaggioso in età adulta: l’accelerazione della divisione cellulare di cui è causa è uno dei fattori in grado di facilitare la crescita del cancroAlle bugie dell’industria alimentare predominante il regista affianca però anche altro: spostandosi in Senegal Pichler è riuscito a documentare come la vendita in Africa a prezzi stracciati di latte in polvere operata dalle multinazionali europee (come Nestlé) stia letteralmente schiacciando le piccole imprese locali, favorendo così il fenomeno dell’immigrazione.

Andreas Pichler lascia che sia la realtà stessa a parlare, dandole “voce” attraverso le sue riprese e le interviste. Quando ormai la consapevolezza dei danni provocati dal mercato globale e dalla produzione intensiva raggiunge lo spettatore, Pichler offre un ulteriore motivo di riflessione, esponendo il caso di un grossa azienda agricola biologica in Danimarca: le sue stalle sono simili per grandezza a quelle di un qualsiasi allevamento intensivo, ma l’impresa è totalmente autosufficiente dal punto di vista del foraggio e i contadini tengono quantomeno conto delle esigenze fisiologiche primarie delle vacche. Quel che è certo, insomma, è che le strade a favore di un’agricoltura per quanto possibile etica e sostenibile sono diverse e chiaramente percorribili, oltre che consigliabili: è tanto semplice quanto confortante osservare come gli interessi dell’uomo possano coincidere con il benessere animale e il rispetto dell’ambiente.

Federica Romanò

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