1. La serialità sportiva

The Last Dance è un punto di partenza promettente per la futura narrazione sportiva seriale.

2. Uno, nessuno e centomila

Michael Jordan è non soltanto uno degli sportivi più forti e più noti di tutti i tempi, è un’icona degli anni ’90. Ma che cosa può dirci oggi Jordan a distanza di oltre 20 anni da quell’impresa epica che gli valse il sesto titolo NBA nel 1998? Semplicemente mostrare (e non mostrare) quello che c’è dietro alla sua immagine di supereroe: la ferocia agonistica (troppo spesso confusa con l’arroganza). È questa attitudine la discriminate che ha diviso l’era sportiva in un prima e dopo Jordan.

3. Bossy issues

La leadership che Jordan esercitava sui suoi compagni sarebbe stata davvero sostenibile da chiunque? E quanto possiamo considerarla un’attitudine esemplare per le nuove generazione? Da un lato la forza dei Bulls degli anni d’oro seguiva il principio di Hesse: “la forza del lupo è la forza del branco (e viceversa)”. Il documentario evidenzia proprio questo conflitto: la sua attitudine gli è valsa la gloria sportiva, ma gli è anche costata moltissimo a livello umano.

4. Doppelganger

Nel romanzo di Saramago L’uomo duplicato, il protagonista vive due vite: la sua e quella di un uomo in un quadro che gli somiglia moltissimo. The Last Dance fa la stessa cosa: scinde il suo protagonista. Da una parte l’atleta, dall’altra l’uomo. In questo senso, l’altra grande domanda che pone la docu-serie è: il secondo è riuscito a vincere tanto quanto il primo?

5. (non) C’è posto per tutti

The Last Dance traccia soltanto le gesta di un supereroe, e della sua dinastia, ovvero i Bulls, una delle squadre più famose della storia dello sport. Una narrazione frammentaria, composta da tasselli di storie individuale e altri di storie corali. Alla fine, la serie ci porta a una conclusione: se è vero che tutti possiamo essere il Michael Jordan del nostro settore, è anche vero che non tutti possiamo essere Michael Jordan.

Davide Spinelli