Voto

7

Dai bassifondi della New York degli anni ’70 di Taxi Driver (da cui Joker di Todd Philips ha preso più di un’ispirazione) alle ville degli squali di The Wolf of Wall Street, Martin Scorsese è il regista che ha saputo sviscerare il crimine e il suo fascino perverso come mai nessun altro. Ed è tornato a farlo con la biografia fiume del gangster Frank Sheeran (Robert De Niro): un memento mori di tre ore e mezza con lo stesso sguardo disilluso e contemplativo di Silence (2016), ormai lontano dal ritmo indiavolato senza morale di The Wolf of Wall Street (2013). I piani-sequenza, la macchina da presa che viaggia libera attraversando l’azione con crane e steady-cam, il montaggio di Thelma Schoonmaker che dà il ritmo al film come se fosse una danza di immagini in movimento sono le soluzioni tecniche impeccabili che Scorsese ha sempre dimostrato di saper maneggiare come un maestro, ma a essere cambiato è il suo sguardo.

Il protagonista non ha né la scintilla impavida di Travis Bickle, né l’arroganza strafottente dei “Goodfellas”: interpretato da un De Niro sotto le righe, Sheeran non è altro che “un uomo con molti amici”, il cui unico talento è quello di sapere mantenere il silenzio, rimanendo al sicuro nel mezzo, senza assumersi alcuna responsabilità. Un uomo destinato alla più dura delle condanne: bloccato su una sedia a rotelle, lentamente divorato dall’artrosi, l’unico rimasto a ricordare un mondo grandioso che non c’è più, mentre tutte le persone che conosce sbiadiscono e muoiono. The Irishman è un film dominato dalla morte: lo spettatore è informato del destino infausto dei personaggi fin dall’inizio e assiste progressivamente al decadimento dei boss della malavita, che finiscono per diventare gli spettri di sé stessi, piagati dall’età e dalla malattia, che giocano a bocce nel cortile del penitenziario.

Lo stesso ringiovanimento digitale – non troppo riuscito – che ha riportato i volti del cast indietro di 30 anni fa pesare ogni ruga ancora più duramente, amplificando lo sguardo malinconico e rassegnato del regista. Dopo più di 40 anni di carriera, Scorsese sembra essersi stancato di raccontare l’elegia di un nuovo antieroe e firma invece un film che è come un epitaffio, il cui stesso minutaggio – decisamente eccessivo – ricorda allo spettatore come la morte sappia farsi strada lentamente, logorando la vita minuto dopo minuto.

Francesco Cirica