Voto

7

Dopo quasi 12 anni dall’omonimo debutto, tornano i The Good, the Bad & the Queen. Il supergruppo britannico aveva lasciato in eredità un disco che senza troppi giri di parole era un capolavoro. Scritto durante la crisi finanziaria del 2007 e le conseguenti politiche britanniche, l’album si fece espressione del disagio di quel periodo. Difficile eguagliare un simile lavoro, anche perché pensato per essere unico e irripetibile. Ahinoi, la storia si ripete e precipita a velocità ancora maggiore. La confusione e la spaccatura interna provocate dalla Brexit pesano come macigni sull’intera nazione, e i The Good, the Bad & the Queen non possono far altro che esternare una riflessione lunga dieci brani su cosa significa essere inglesi oggi.

Merrie Land segna il ritorno del one-man-show Damon Albarn, insieme a Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e la leggenda dell’afrobeat Tony Allen, e una superband così sarebbe stato davvero difficile produrre un album mediocre. Merrie Land è un ottimo disco; ottimo e frustrante. Emblematica la copertina: un fantoccio con la bocca tappata dal ventriloquo; entrambi con gli occhi sbarrati e colpevoli. Un’efficace metafora di questo concept album.

Su tutti i brani aleggia un’aura antica e affaticata, con tanto di cori in gallese e flauti medievali sulla scia finale della malinconica Lady Boston. È concesso un po’ di brio in Nineteen Seventeen grazie alla batteria di Allen, che tiene alto il tiro del brano, pur pervaso da quella sensazione di disagio e instabilità che caratterizza l’intero album. I brani abbandonano la classica forma strofa-ritornello-strofa dipanandosi in un flusso di coscienza tra cantato-parlato; vedi The Great FireMerrie Land richiede ascolto più difficile, che si distacca dal lustro melodico del precedente lavoro. Ma i tempi cambiano, gli stili mutano, le superband si adattano.

Melania Bisegna

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