1. Una conferma

Il rischio che questa seconda stagione facesse perdere tutta la magia era molto alto. I protagonisti erano arrivati a un ending point senza possibilità di ritorno: una presunta morte e una fuga che lasciavano intravedere un prosieguo, ma non escludevano la possibilità che finisse tutto così, con una degna conclusione senza troppi fronzoli né cliff hanger banali. Alla conferma della nuova produzione, i presupposti per ripartire non erano poi tanti, eppure il tono della serie è rimasto invariato; forse meno d’impatto rispetto alla prima, ma con la stessa forza che vi terrà incollati allo schermo per ingurgitare tutti e otto gli episodi uno dopo l’altro. 

2. Alyssa, James e Bonnie

Il core della serie gira intorno ai due protagonisti, Alyssa e James. Se nella prima stagione a tirare le fila della storia era Alyssa, che per via del suo carattere e del suo carisma fagocitava il personaggio di James, nella seconda i ruoli vengono ridistribuiti. Anche perché entra in scena Bonnie, personaggio altrettanto freak che prende in mano le redini della situazione e assume a tutti gli effetti il ruolo di protagonista (facendo anche da voce narrante), dalla prima all’ultima puntata.

3. Le conseguenze della musica

Nella prima stagione non veniva mai chiarito il periodo storico in cui i protagonisti si muovevano. I riferimenti temporali più evidenti erano legati per lo più alla moda e alla presenza di televisioni qua e là. Negli ultimi episodi si riconferma lo stesso spaesamento temporale, ma a metà stagione si intravede un telefono cellulare riconducibile alla fine degli anni Novanta. Si tratta però di un dettaglio che non basta a circoscrive con precisione comunque la storia all’interno di una temporalità definita. Anzi, amplifica lo spaesamento dello spettatore forzandolo a concentrarsi esclusivamente sugli eventi che accadono. Rafforza questa sensazione la colonna sonora: nessuno dei brani è uscito dopo gli anni ’60 e la musica diventa sempre più presente, a volte in modo quasi disturbante, come a voler colmare i lunghi momenti di solitudine (per lo più interiore) dei personaggi.

4. Tutto al suo posto

Assenza di coordinate temporali, fotografia fredda e musica indie: esattamente come nella prima stagione, ogni elemento è l’ingranaggio di una macchina in cui tutto sembra funzionare, molto di più rispetto ai soliti prodotti Netflix. La durata ridotta degli episodi (25 minuti ciascuno) rende la serie atipica: The End of the F***ing World bypassa tutti gli stilemi dei teen drama e sceglie di essere coinciso, diretto, folle senza dimenticarsi tuttavia l’intrattenimento.

5. È la fine?

Sarà veramente The End of the F***ing World? Forse sì. Entrambi i protagonisti chiudono effettivamente un cerchio, ed è forse questa scelta narrativa a rendere meno potenti gli episodi: come nel più classico dei racconti, il protagonista si caccia nei guai, ma con l’arrivo di un aiutante sconfigge il nemico ed entrambi tornano a casa insieme e felici. Al termine di questa seconda stagione nessuno dei personaggi è effettivamente salvo, ma neppure spacciato per sempre. Si muovono tutti nello stesso micro-universo schizoide, ma man mano che la storia prosegue il cielo sopra di loro sembra schiarirsi. 

Caterina Prestifilippo