Voto

7

In onore del Giorno della Memoria sono usciti nelle sale ben cinque film per mostrare una delle più grandi tragedie della Storia, tra questi, oltre a Il figlio di Saul, si distingue The Eichmann Show per il suo taglio originale. Il regista Paul Andrew Williams, infatti, ha scelto di concentrarsi sul processo contro Adolf Eichmann, un dirigente nazista che riuscì a evitare il processo di Norimberga scappando in Argentina, dove sarà però prelevato nel 1961 per essere sottoposto a un processo tenutosi a Gerusalemme. Una prospettiva inusuale anche se non totalmente originale, nel tentativo di analizzare, più che la tragedia vera e propria, il suo impatto sul mondo a distanza di anni e la problematica spettacolarizzazione della Storia. La tensione dell’orrore della Shoah viene sottolineata in tutto film tanto dall’interpretazione dell’intero cast, in cui spiccano Martin Freeman e Anthony Lapaglia, quanto dalla scelta da parte della regia di utilizzare filmati d’archivio valorizzandone le riprese in primo e primissimo piano, quasi  a voler ricercare anche solo un accenno di umanità nel volto sempre impassibile dell’imputato. Questa alternanza fra materiale di repertorio e ricostruzione degli eventi trasmette con potenza il concetto di “banalità del male” coniato dalla reporter Anna Arendt: i dirigenti nazisti erano estraniati dalla realtà, semplici ingranaggi passivi privi di una reale colpa in un meccanismo a loro superiore.

Grazie anche a un’ottima fotografia e a inquadrature non troppo ampie, capaci di valorizzare l’espressività degli attori, si crea un’atmosfera particolarmente realistica e carica di tensione, percorsa da una sottile critica verso la moderna tendenza a strumentalizzare la Storia con fini prevalentemente economici.

Sembra così che The Eichmann Show abbia l’intenzione di inaugurare un nuovo filone riflessivo concentrato sulle varie modalità in cui i fatti dell’Olocausto ci sono stati proposti. Il nuovo spunto offerto dalla pellicola porta a ricordare come i pochi sopravvissuti ai campi di concentramento siano stati guardati con sospetto e ostilità e come per molto tempo non abbiano nemmeno avuto la possibilità di raccontare le proprie sofferenze per il timore di essere creduti. Un pensiero ben sviluppato da Williams, nonostante alcuni dei suoi elementi si mostrino solo implicitamente e non arrivino fin nel vero cuore della problematica questione.

Caterina Polezzo