The Dissident, docufilm disponibile su MioCinema diretto e prodotto da Bryan Fogel, ricostruisce l’anatomia dell’omicidio dello scrittore e giornalista Jamal Khashoggi, ucciso a seguito di un “diverbio” presso il consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Emulando gli stilemi del genere giallo, il regista americano conferisce al film un ritmo serrato e incalzante, tanto funzionale quanto paradossale, riflettendo sulla vicenda e le sue conseguenze geopolitiche nel tentativo di ricomporre un mosaico in cui gli incastri sono evidenti agli occhi del mondo intero ma continuano a venire ignorati: le ragioni dell’omicidio di Khashoggi non sono altro che una delle manifestazioni della sistematica violazione dei diritti umani che avviene quotidianamente in Arabia Saudita, i cui colpevoli sono chiari e noti. Non è un caso, infatti, che una delle prime interviste del docufilm sia col procuratore capo di Istanbul, inserita in incipit con l’obiettivo di denunciare il fatto che le autorità turche, già a poche ore di distanza dall’omicidio, avevano individuato i responsabili dell’accaduto: una vera e propria task force saudita agli ordini del principe Moḥammad bin Salmān arrivata in Turchia appositamente per l’esecuzione di Khashoggi (ipotesi di recente avvallata anche dalla CIA).

Costruito sulla base della documentazione conservata dalle autorità turche, tra cui gli audio originali delle conversazioni avvenute il giorno dell’assassinio, il documentario racconta con una precisione forense lo scenario in cui si muoveva Khashoggi. Scappato nel 2011 negli Stati Uniti, dopo 36 anni di collaborazione con la corona saudita, Khashoggi ha raccontato sulle colonne del Washington Post la realtà del proprio paese, segnata da persecuzioni e oppressioni, e stretto rapporti con altri dissidenti in esilio. Tra questi c’era anche Omar Abdulaziz Alzahrani, una delle voci chiave del docufilm e principale sostenitore dell’ipotesi secondo la quale Khashoggi, il 2 ottobre 2018, è stato ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul. L’uomo racconta inoltre di come l’Arabia Saudita tenesse sotto controllo lui e Khashoggi tramite una solida rete di spionaggio informatico, costruita grazie ai milioni di dollari investiti da Riyad per il potenziamento del proprio arsenale di hackeraggio, prima creando “l’esercito delle mosche” – una vera e propria milizia informatica incaricata di gestire migliaia di account Twitter al fine di sedare ogni forma di dissenso sulla piattaforma -, poi attraverso l’acquisto da parte del regime di Pegasus, software israeliano potentissimo in grado di trasformare il dispositivo del soggetto in una spia digitale controllata dal medesimo server. In questo modo il governo saudita venne a conoscenza del cosiddetto “esercito delle api”, un piano informatico speculare a quello saudita elaborato da Khashoggi e Alzahrani, che aveva come l’obiettivo di portare in tendenza su Twitter idee antigovernative.

Il sottotesto dell’omicidio di Khashoggi è chiaro: assassinando il giornalista emblema del dissenso in Arabia Saudita il regime ha voluto dimostrare di poter mettere a tacere chiunque. The Dissident vuole essere la testimonianza documentaria delle trame che hanno portato a questo epilogo e, allargando lo sguardo, del piano che lo Stato Saudita sta mettendo in atto per stringere alleanze strategiche con molti paesi occidentali. La controprova è data dalla quasi totale assenza di ripercussioni diplomatiche a seguito dell’uccisione del giornalista: se da un lato alcuni paesi, tra cui l’Italia, di recente hanno sospeso la vendita di armi all’Arabia Saudita, dall’altro nessuna nazione europea ha adottato sanzioni economiche nei confronti dello Stato Saudita, insabbiando vicende come quelle di Khashoggi, di cui oggi si fa portavoce la giornalista Hatice Cengiz.

In questo clima di indifferenza generalizzato, The Dissident si pone come un importante documento di una memoria collettiva che vuole essere cancellata, bandiera della battaglia alla libertà d’opinione di cui Khashoggi incarnava il simbolo. Un’indifferenza che sembra segnare anche il mondo del cinema, dove il docufilm di Fogel ha riscosso una visibilità limitatissima: nonostante il successo al Sundance Film Festival 2020, l’opera è stata rifiutata dalla Short List 2021 dell’Accademy e dalle grandi piattaforme di streaming (Amazon compresa).

Davide Spinelli