1. Una corona, due teste di cervo

Sulla locandina ufficiale della serie, la Regina Elisabetta II compare in primo piano insieme ad altre due protagoniste: Margaret Tatcher e Lady D., due corone alternative, due contraltari alla leadership della regina. Sono anche due visioni esistenziali, due modi antipodici di impersonare il concetto di femminilità in relazione al potere; istituzionale Tatcher, mediatico Diana. Scritte in modo onesto e complesso, non stravaccato sugli stereotipi più superficiali della retorica della “donna al potere”, sono loro le due teste di cervo speculari appese nella sala da pranzo di Balmoral. Da una parte, il potere esecutivo, la convinzione di Tatcher di essere diventat Primo Ministro proprio perché lontana da quelle che lei considera le “debolezze” proprie dell’essere donna; dall’altra Diana e la femminilità più archetipica e sublimata come esca mediatica. Pubblico e paparazzi hanno sete della Diana madre, fragile e innocente, ma gli sceneggiatori mostrano che c’è anche altro, restituendo un ritratto tridimensionale che tocca la persona oltre all’immagine pubblica. Tra il maschilismo repressivo e patriarcale delle istituzioni e la stereotipizzazione mediatica della femminilità, la regina rimane neutrale, sovrana silente e madre distante, al cui cospetto, alla fine, le due regine putative dovranno necessariamente inchinarsi.

2. Storia Vs storia

Quella di Peter Morgan è una scrittura capace di narrare il personaggio pubblico in modo intimo, ma la moltiplicazione dei punti di vista derivato dall’allargamento del cast sacrifica uno sguardo adeguatamente approfondito sulla vicenda umana di molti personaggi. Se Elisabetta gioca il ruolo di deus ex machina, personaggi brillanti come Margaret o Filippo diventano ambientali, controcampi relegati spesso a una vena inaspettatamente comica. In particolare, sono soffocati dalla predominanza della storia d’amore di Diana e Carlo, ma soprattuto dall’ampio affresco domestico di Margaret Tatcher, a sua volta compromesso da un’interpretazione a tratti troppo caricaturale.

3. Come in una favola

Diana è stata iper-narrata negli anni, e non c’è da sorprendersi: una giovane principessa, sempre dalla parte dei più deboli, reclusa nella stanza più remota di un castello, ignorata dalla vecchia regina cattiva, in attesa del suo principe. Come in una favola, il terzo episodio, smonta la muscolatura dell’affresco della Diana fatta di archetipi, grazie anche alla rivelazione Emma Corrin, e gioca con i topoi narrativi, prima edificandoli, e poi decostruendoli attraverso uno sguardo più cupamente realistico. Il rifiuto degli autori di sacralizzare quella che per molti è una sorta di divinità pagana permette di raccontare Diana anche nei tratti più infantili, nelle sue ingenuità, nella passione per la propria immagine. Scritta con i tratti shakespeariani di un’Ofelia moderna, il suo amore per il camuffamento e l’esibizione, la sua tragica illusione di felicità la rendono il vero punto di forza di questa stagione.

4. Violazione di domicilio

Nel quinto episodio, Fagan, la realtà del proletariato irrompe a Buckingham Palace e costringe la corona a farsi carico della situazione politico-sociale del paese. Ecco che punk e classico si incontrano e si stringono la mano, mentre Fagan, pedinato dalla camera nella sub-urbanità londinese come in un film di Ken Loach, decide di incontrare la regina, perché nessun altro vuole ascoltarlo. Il dialogo allucinato tra i due dichiara in modo non scontato il senso ultimo e irriducibile della sovranità di Elisabetta: il popolo. Alla Diana adolescente, invece, si affida il racconto mondano di un decennio che ha consacrato il pop a tiranno culturale. Nei primi episodi è infatti una ragazzina tratteggiata con spontaneità nei gusti musicali mainstream e nell’abbigliamento arioso. Nelle sue scene, la colonna sonora sinfonica si tinge addirittura di venature elettroniche. Ecco che gli anni Ottanta entrano a Buckingham.

5. Outsider

The Crown è riuscita a distinguersi dalle altre serie storiche grazie alla scelta di prediligere il racconto dei conflitti interni ai singoli personaggi, più che quello delle faide per il potere. La vera lotta è tra la carne e la corona, tra l’umano e il sacro. Ma nella chiassosità cronologica dell’ultima, affollata stagione, questo racconto viene meno, salvo che per marginali eccezioni. A dominare la narrazione, infatti, sono le scene a due, in cui è il conflitto tra l’alterità tra due personaggi a dominare il sotto-testo. Il risultato è la frammentazione del racconto e della caratterizzazione dei personaggi, ed è Filippo stesso a verbalizzare questa dinamica, quando mette in guardia Diana: sono tutti outsider, estranei votati al culto di un’unica protagonista, anonime figure sempre più numerose e sempre più indifferenti, che sembrano affievolirsi col passare del tempo.

Matteo Bonfiglioli