Voto

7.5

Nel mondo in cui viviamo oggi ogni relazione passa inevitabilmente attraverso la mediazione dei social network, nati a inizio Duemila con lo scopo di creare una comunità globale libera e democratica, al di là dei confini politici, sociali, geografici ed economici. Un’idea di comunicazione universale senza barriere poteva sembrare un’utopia fino a pochi decenni fa, ma gli sviluppi del Web 2.0 l’hanno resa possibile e portata successivamente, con il Web 3.0, a conseguenze inimmaginabili. Forse, però, rimane ancora un’utopia irrealizzata e irrealizzabile: la libertà assoluta permessa e strenuamente difesa dalla rete vale tanto per chi posta contenuti innocui come foto delle vacanze o dei suoi gatti, tanto per chi se ne serve per scopi terroristici, per diffondere opinioni radicali e fanatismi, per scambiare materiale pedo pornografico e contenuti legati a perversioni e violenze sconvolgenti, oltre i limiti della dignità umana. Non restava che contenere questa libertà assoluta tramite leggi e linee guida. In una sola parola: censura. Un termine difficile da problematizzare, che necessariamente stride con la filosofia da cui è nato il World Wide Web e ripropone l’annosa questione sulla libertà di cui può o deve disporre l’essere umano e sui limiti necessari alla costruzione di una società civile, inclusa quella che prende forma su internet.

The Cleaners si spinge però oltre, andando a scovare le persone che incarnano questa censura per Facebook, YouTube e Twitter. Se credevate che si trattasse solo di un algoritmo, vi sbagliavate di grosso: ci sono centinaia di persone che visionano quotidianamente oltre 25000 immagini e decidono se approvarle o meno sulla base della legislazione vigente in un determinato Paese o, semplicemente, della loro umanità, spesso messa a dura prova da contenuti fortemente traumatici. Il centro principale che riunisce questi “spazzini del web” è Manila, nelle Filippine, considerata la capitale mondiale dei content moderator, unici custodi delle regole, dei criteri e dei processi attraverso cui le compagnie della Silicon Valley gestiscono il materiale condiviso sulle loro piattaforme; da Zuckerberg a Trump.A colpire come un pugno nello stomaco è la sensibilità umana con cui gli autori si sono inoltrati nelle loro vite, quotidianamente bombardate da una valanga di immagini di ogni tipo, arrivando persino a condizionare la loro esistenza sul lungo termine per l’effetto traumatico che possono provocare. La loro è una responsabilità enorme, che ricade sulle loro coscienze a ogni singolo click: le loro decisioni possono influenzare il sistema politico del mondo intero e i criteri a cui devono affidarsi – dettati dall'”alto” della Silicon Valley – hanno una variabilità altamente complessa, risultato di interessi economici, politici, legislativi e di sensibilità personale.

Incrociando le interviste di chi ha ricoperto per anni ruoli cruciali nella revisione dei contenuti condivisi tramite piattaforme enormi come Facebook Twitter e Google, emergono gli sconvolgenti meccanismi interni a queste compagnie e gli accordi segreti tra queste e gli Statiintenzionati a limitare il più possibile la libertà d’espressione: post anti-governativi cancellati automaticamente, algoritmi che monitorano e indirizzano il dibattito pubblico su argomenti problematici, oscuramento di prove di azioni brutali come i crimini in Siria, censura artistica, strumentalizzazioni delle fake news; fino all’apice con il ruolo giocato da Facebook nella crisi dei Rohingya in Myanmar, la minoranza più perseguita al mondo.

È possibile trovare un equilibrio tra tutela dei diritti civili e libertà d’espressione? E che cosa ne è stato di quell’ideale utopico di società libera, democratica e unita a livello globale? La censura può essere declinata in modo legittimo?

Bendetta Pini