Voto

7.5

È strano confrontarsi con le nuove produzioni dei pionieri del big beat così vicini alla morte di Keith Flint, vocalist dei Prodigy, perché quando negli anni ’90 il genere ha cominciato a riscuotere un certo successo nei club londinesi, i nomi principali erano proprio Prodigy e Chemical Brothers; e se i primi erano più rappresentativi di un’energia anarchica vicina a quella della cultura rave, i secondi hanno sempre mantenuto un gusto più raffinato verso la sperimentazione, traendo ispirazione tanto dai colleghi della scena house quanto dall‘hip-hop più classico e dal rock gotico degli anni ’80. In un certo modo, potremmo dire che la morte di Flint potrebbe simboleggiare la scomparsa di un’icona, di un simbolo di un’estetica, ma No Geography riesce con successo a riportare in vita la creatività di un sottogenere che è tra i pilastri dell’elettronica moderna.

Nonostante la traccia d’apertura Eve of Destruction non sembri troppo ispirata e ricordi la struttura di un brano house tradizionale (pur riecheggiando le atmosfere della più recente pietra miliare del genere, 2012-2017 degli A.A.L.), già dai brani successivi il progetto dell’album si rivela profondamente intelligente, alternando ritmi tribali ad aperture sonore sognanti, voci femminili dolci e progressioni percussionistiche che vanno in ogni direzione. Ci sono le atmosfere synth e melanconiche che la vaporwave cerca spesso di emulare (nella titletrack), viaggi spirituali nel caos industriale (in Gravity Drops) e piccoli apici di feticismo tamarro in tradizione acid house (We’ve Got To Try).

La seconda metà del disco è meno ispirata, tra le melodie vocali stonate della prolissa The Universe Sent Me e il giro banale di Free Yourself che ha tuttavia un arrangiamento eccentrico e originale. Nonostante ciò è proprio qui che si nasconde il vero picco qualitativo del disco: MAH, una suite in carica costante, forse già tra i brani migliori della storia del gruppo.

Forse è lontano il senso dell’innovazione di Dig Your Own Hole e Surrender, i capolavori dei Chemical Brothers degli anni ’90, ma sono anche cambiati i tempi. La musica elettronica dei club ha cambiato fascino, pubblico, diffusione e sonorità, ma è incredibile come ancora possano sembrare futuristici i loro sforzi storici quanto le loro produzioni recenti, ancora ricche di energia, di creatività, di spinta sonora.

Nicola Settis