Voto

2

C’è un segreto nascosto nelle Cantiche della Divina Commedia e nei dipinti di Hieronymus Bosch, un percorso che collega divinità egizie e riti massonici alla Torino del 2033, tra le cui vie l’archeologo Arthur Adam (Andrea Cocco) si avventura alla ricerca della Verità. No, non è il sommario di una nuova puntata di Voyager ma la trama di The Broken Key, l’ultima fatica di Louis Nero. Un regista dai grandi proclami, che tuona contro la massificazione dell’immaginario cinematografico, ma al quale farebbe bene un po’ di sana autocritica.

The Broken Key, infatti, è un film senza senso e confusionario; un pendolo che oscilla tra la noia e Dan Brown. Non è tanto il baraccone trito e ritrito dell’esoterismo ad azzoppare la pellicola, quanto una sceneggiatura usata esclusivamente come pretesto per mettere sullo schermo tutta una serie di volti di culto (da Rutger Hauer a Michael Madsen, da Franco Nero a Geraldine Chaplin) che il protagonista incontra come in una processione, senza ricavare alcuna informazione utili per sé o per lo spettatore. Così i riferimenti all’arte non hanno un seguito narrativo e anche l’ambientazione fantascientifica non ricopre un ruolo negli eventi ma ne è solo lo sfondo. Ed è un grande spreco, visti i discreti effetti speciali che trasformano Torino in una sorta di città alla Blade Runner.

Si stenda un velo pietoso sull’imbarazzante comparto tecnico, su una colonna sonora enfatica che attacca sempre al momento sbagliato, sul doppiaggio costantemente fuori sincrono e su un montaggio privo di criterio: il vero problema è la regia, incapace di comporre un’inquadratura, ignara dello scavalcamento di campo e decisamente non in grado di rendere intellegibili le scene d’azione. Che si tratti di un ardito tentativo di creare un nuovo linguaggio cinematografico? Purtroppo, più che a un Godard o a un Larraín, Louis Nero sembra somigliare a qualcuno convinto che per fare cinema basti la scuola della vita.

Francesco Cirica