Voto

8

Fin dagli anni ’90 i Brian Jonestown Massacre hanno pubblicato una discografia costellata da insaziabili influenze psichedeliche anni ’60. Ora, a soli sette mesi da Something Else, la band rilascia un nuovo disco, anticipato dal singolo Cannot Be Saved. Arrivati al diciottesimo album, appare sempre più chiaro che il frontman Anton Newcombe non ha la minima intenzione di virare la rotta intrapresa anni fa: benché nel tempo la band si sia evoluta, soprattutto sul terreno della sperimentazione, la media di novità apportate da The Brian Jonestown Massacre è relativamente bassa, ma ciò non impedisce a questo nuovo lavoro –dominato da chitarre e batterie lunatiche, shoegazefolk acid-rock – di affiancarsi con onore a una collezione di ottimi dischi, e più lo si ascolta, più lo si ascolterebbe.

Ad aprire il disco sono le chitarre country-rock di Drained, che dopo poco si mescolano a un sound  inaspettatamente più pulito e ordinato rispetto alle solite sonorità distorte e lo-fi della band, ma senza perdere il senso di smarrimento e di irrequietezza di cui parla il testo (“I’m lost in this world ‘cause I’ve lost my way, I’ve got no place to go, I’ve got nothing to say”). In Tombes Oubilees il cantato trascinante di Rike Bienert, la voce ospite, mantiene l’effetto soave del brano per tutta la sua durata, mentre My Mind Is Filled With Stuff è uno strumentale groovy e distesoToo Sad To Tell You, che insieme al singolo costituisce uno dei momenti più alti del disco, è una ballata noir in slow-motion attraversata da avvolgenti assoli di chitarra e da una sezione ritmica accattivante. E poi è il turno di Remember Me, un vortice caleidoscopico di chitarre e batteria che accompagnano la voce distorta di Newcombe. Infine What Can I Say chiude il disco, avvolgendo la voce con sonorità raccolte su se stesse che si ripetono come in un mantra.

Non poteva che essere un disco omonimo: come uno specchio, riflette tutta l’essenza della produzione della band; un regalo per i fan, che quell’essenza la conoscono bene e la amano da sempre.

Valeria Bruzzi e Jacopo Brunello