Voto

5

In un imprecisato est da sogno c’è un paesino in cui i binari della ferrovia passano in mezzo alle case e ogni giorno un bambino con un fischietto corre ad avvisare tutti di sbaraccare in fretta e furia i fili del bucato e i tavolini da gioco che riempiono le strade. Ma non si fa mai in tempo a togliere tutto, così un giorno un reggiseno di pizzo azzurro rimane impigliato nel parabrezza di un treno, e come in una fiaba il vecchio conducente (Miki Manojlović) si mette alla ricerca della sua proprietaria.

Le premesse per un buffo racconto poetico alla Cenerentola ci sono tutte, ma la delusione arriva appena superati i primi venti minuti. La costruzione dei personaggi è insopportabilmente stereotipata, tra uomini-bruti e donne che o sono giovani e ingenue o anziane e frustrate; mentre il protagonista, nonostante suoi i modi si facciano sempre più invadenti e sgradevoli, continua a risultare il “principe” della fiaba, che le donne ingenue e frustrate di cui sopra desiderano e gli uomini-bruti perseguitano, sfociando in una violenza artificiosa e posticcia. Gli unici a salvarsi da questo appiattimento caratteriale sono il collega del conducente (Denis Lavant), che vive in un mondo tutto suo e suona la tromba con una gioia inevitabilmente contagiosa, e la ragazza che lavora alla stazione (Čulpan Chamatova) e si diverte a scambiare i collegamenti fra i binari.

L’intenzione era probabilmente quella di avvicinarsi in qualche modo ai personaggi-maschera tradizionali della commedia, ma il risultato ha qualcosa di macchinoso, di irritante, in netto contrasto con la delicatezza della fotografia, che sa giostrarsi fra primi piani ben costruiti e campi lunghi mozzafiato, e con la scelta audace di non inscenare alcun dialogo, lasciando parlare solo gli sguardi, le risate e i mormorii indistinti dei personaggi. Un’occasione sprecata per un soggetto che avrebbe potuto portare a un discorso poetico sulla libertà e che invece ricade nei soliti schemi narrativi più che superati.

Clara Sutton