Voto

7

The Boy and the Beast, film vincitore del premio come Miglior film d’animazione agli Oscar del Sol Levante,  è arrivato in Italia il 15 e 16 marzo grazie a un evento speciale presentato da Lucky Red.

Che cosa significa essere una famiglia? Come e quanto veniamo influenzati dall’ambiente in cui viviamo?

Il protagonista Ren non prova sentimenti per nessuno, il suo essere orfano l’ha reso insensibile al mondo e il suo approccio materialista alla vita gli rende impossibile concepire i legami affettivi. Anche il suo maestro Kumatetsu è cresciuto da solo e sembra essere l’unico in grado di capirlo. Il legame eccezionale che si crea tra i due, tra padre adottivo e figlio, dimostra che nessuno è fatto per vivere da solo: tutti hanno bisogno di una guida per determinare la propria identità e trovare il giusto posto nel mondo.

The Boy and the Beast esplora il rapporto tra individualità e appartenenza a una comunità: come in Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento (Studio Ghibli, 2010), emerge la necessità di trovare un focolare, un posto sicuro per affrontare la vita. Se la Principessa Mononoke (film omonimo del 1997 firmato Miyazaki) aveva trovato un mentore e protettore in Moro, la divinità dei lupi, Kyuta può contare sul supporto di Kumatetsu.  

Questa tematica viene presentata secondo modalità che trascendono la tradizione giapponese, adattandole a un contesto moderno; la stessa operazione che Mamoru Hosoda aveva già fatto con Wolf Children: non è importante con chi cresciamo, ma come cresciamo. Anche dal punto di vista tecnico Mamoru Hosoda è altrettanto aggiornato, e grazie al connubio tra il CGI per gli sfondi e i disegni per i personaggi restituisce sequenze esteticamente mozzafiato.

La riflessione di Mamoru Hosoda approda infine ad analizzare spaccati realistici della società contemporanea, scagliandosi contro chi giudica in modo pregiudiziale i legami interpersonali senza riuscire a comprenderli a fondo.

Gabriele La Rosa