Prendete la sperimentazione psichedelica e metacinematografica di Nobuhiko Obayashi e il body horror di David Cronenberg, aggiungeteci dei rifiuti metallici presi dalle discariche per limitare i costi degli effetti speciali, e avrete Tetsuo, un semplice impiegato di una fabbrica che si trasforma progressivamente in una mostruosa macchina metallica. La lente disturbante del regista giapponese Shinya Tsukamoto riprende e indaga questa metamorfosi, fisica e metaforica, catalizzata dalla frenesia della città, dalla smania cieca del progresso. La dimensione della metropoli e il suo rapporto con le persone che la abitano sono temi ampiamente analizzati nella storia del cinema, fin da Metropolis (1927) di Fritz Lang, e lo stesso Tsukamoto tornerà ripetutamente a rifletterci, proprio a partire dagli spunti di questa prima opera: Tetsuo (1989). Contrariamente al cinema popolare giapponese coevo, in Tetsuo l’eroe non è più un’entità archetipica ammantata di singolarità, ma un uomo qualunque, assolutamente banale nella sua insignificanza. Per questo la trasformazione fisica dell’impiegato-eroe, che gli dà la possibilità di ribellarsi a una vita frustrante dedita solamente al lavoro, diffonde tra tutti i cittadini il germe del cambiamento, risvegliando un desiderio di libertà insito in ciascuno di loro ma sopito.

Si manifesta così nel film il bisogno universale di trasformazione che è al centro del cyberpunk giapponese, come esemplificano le opere di Sōgo Ishii e Akira di Katsuhiro Ōtomo (1989). Tetsuo stesso è l’esito di un momento di profondi cambiamenti per Tsukamoto. Dopo aver diretto e prodotto, durante gli anni del liceo, alcuni progetti cinematografiche e teatrali, realizza due cortometraggi, The Phantom of Regular Size (1986) e The Adventure of Denchu-Kozo (1987), ma le pressioni della famiglia lo portano a cercare una carriera più stabile, finendo a lavorare per un’agenzia pubblicitaria specializzata in spot televisivi. Se da un lato questa esperienza permette a Tsukamoto di comprendere le tecniche e i meccanismi del settore, dall’altro lo getta in una profonda crisi individuale. Così, decide di sfogare questa frustrazione girando un lungometraggio. Svolge le riprese nei giorni liberi, con pochi mezzi e una troupe ristretta formata principalmente da suoi amici, che poco alla volta abbandoneranno il progetto – chi rimarrà, invece, continuerà a lavorare anche nelle opere successive del regista. Dopo sforzi e sacrifici, nel 1989 Tetsuo è finalmente pronto.

Film pioniere di un cinema punk, rivoluzionario e iconoclasta, l’opera di Tsukamoto venne accolta freddamente dal pubblico nipponico, mentre attirò l’attenzione della critica italiana – come la presentazione di Rashomon alla Mostra del Cinema di Venezia, che portò alla ribalta Akira Kurosawa -, vincendo il premio come miglior film al Fantafestival di Roma, nonostante l’assenza di sottotitoli per via del costo eccessivo. Dopo questo successo, iniziò a venire apprezzato anche in madrepatria nei giri all’avanguardia e underground. Ma il vero lancio professionale di Tsukamoto avvenne nel 1991 con l’horror Hiruko The Goblin, la prima e ultima produzione ad alto budget del regista, preferendo progetti più modesti in cui poter avere il pieno controllo della propria opera. Ed è nel 1992 che il nome Tsukamoto si afferma definitivamente, con Tetsuo II: Body Hammer, un remake a colori del primo capitolo, girato con mezzi migliori e un budget più alto. Eppure, non venne accolto così calorosamente come ci si aspettava: per molti, la fascinazione di Tetsuo risiedeva proprio nella realizzazione grezza, punk e anticonformista, lontanissimo dal piattume estetico del cinema di genere americano di quegli anni.

Nel frattempo in Italia, nonostante il successo della presentazione, Tetsuo non venne mai distribuito nei cinema. Fu mandato in onda su Rai 3 da Fuori Orario e distribuito in DVD da Raro Video. Stasera alle 20.00, per la prima volta, arriva sul grande schermo grazie alla Fondazione Prada Milano, all’interno della retrospettiva curata da Danny Boyle. Un recupero a distanza di 31 anni che dimostra ancora una volta quanto l’attuale sistema cinematografico italiano sia sempre in ritardo rispetto al resto del mondo.  

Davide Rui