Voto

7.5

“Tesnota” è stato tradotto come “vicinanza”, ma la scelta lessicale non deve ingannare: si tratta dell’accezione più tossica e claustrofobica del termine. Ilana vive una gioventù sofferta, aliena rispetto alla comunità ebraica a cui appartiene e ribelle verso le rigidità di una madre che non l’accetta appieno e che non manca di sottolineare la sua preferenza per il fratello. Sin dalla scena d’apertura, la sensazione asfissiante provata da Ilana è palpabile e permane lungo tutto il film: la ragazza è imprigionata insieme allo spettatore tanto negli spazi domestici, gremiti di persone, quanto negli esterni, in un triste disagio economico e sociale senza scampo; soffre profondamente, costretta in una definizione di genere che contrasta l’identità che sente di avere, dal lavoro in officina al diritto di parola con il rabbino, fino all’abbigliamento che ama indossare; trascorre le serate trasgredendo gli ordini dei genitori, bevendo e ballando con il suo ragazzo, un musulmano appartenente all’etnia locale che è costretta a incontrare di nascosto a causa dell’intolleranza reciproca tra le loro due comunità. A una forte tensione famigliare, esistenziale ed etnica si aggiunge improvvisamente il rapimento del fratello e la richiesta di un riscatto: una catena di eventi che spinge la protagonista alla ricerca di una soluzione definitiva per uscire da quella trappola.

La regista Kantemir Balagov, che firma anche sceneggiatura e montaggio, decide di ambientare la storia a Nal’čik, capitale della Repubblica Autonoma di Kabardino-Balkaria nonché suo luogo d’origine, poco distante dalla Cecenia. Utilizzando efficacemente mezzi poveri e amatoriali (come i titoli di testa e di coda), realizza un’opera toccante ed espressiva, nonostante la giovane età e la poca esperienza col lungometraggio. La scelta estetica più forte, e allo stesso tempo incredibilmente coerente con le tematiche, è l’utilizzo dell’aspect ratio 1.33, che comprime lo sguardo sull’anonima e trascurata cittadina ed enfatizza il giogo di oppressione a cui è sottoposta la protagonista. Balagov descrive un universo di colori e di forme provenienti dalla televisione degli anni ’90, alternando grandi sequenze a piccole ricercatezze compositive, incorniciando le scene dentro confini ancora più stretti di quelli dell’inquadratura. In un ulteriore accentuazione del senso di claustrofobia, lo spazio asfissiante di ogni ripresa è spesso penetrato in primo piano da persone e oggetti, limitando i movimenti del corpo ed evidenziando i volti e la mimica facciale.

Tesnota trascende la singola vicenda familiare e la comunità ebraica di Nal’čik per narrare la storia come un finto aneddoto risalente al 1998, periodo d’intensificazione del secondo conflitto ceceno, alimentando visivamente e tematicamente l’atmosfera di chiusura e conflitto. Ilana è bloccata dal proprio nucleo famigliare e dalle scelte di una tribù in cui non si riconosce, ostacolata nella sua relazione amorosa sia dagli ebrei che dai cabardini. Il regista riserva allo scontro tra etnie uno dei punti di massima tensione del film, in cui una televisione a tubo catodico (e in 4:3) occupa tutta l’inquadratura per mostrare senza censure i video originali in cui i soldati ceceni torturano e sgozzano i prigionieri. Raccontando quello che è apparentemente un dramma privato, il film porta l’attenzione su questioni fondamentali della contemporaneità, come l’autonomia politica, il terrorismo e l’intolleranza etnica. L’ambientazione storica e sociale non funge da accessorio o semplice sfondo ma mantiene una continua comunicazione col racconto, alimentando le tensioni tra i personaggi e rafforzando l’ambiguità delle relazioni d’affetto e d’appartenenza. Qualsiasi legame può infatti diventare un potente vincolo, e per quanto la risoluzione di una crisi interpersonale possa sembrare semplice, nasconderà sempre la doppia possibilità di nuovo inizio o di una definitiva rottura.

Pietro Bonanomi