Voto

8

Con reputation si rompe il silenzio che Taylor Swift ha riservato agli attacchi frontali ricevuti negli ultimi anni: si toglie molti sassolini dalle scarpe e focalizza il concept del disco sul tema della reputazione, arrivando ad approfondire attraverso molteplici punti di vista il suo rapporto con amici, media e colleghi (“We think we know someone, but the truth is that we only know the version of them that they have chosen to show us. There will be no further explanation. There will be just reputation.”).

Il sesto album in studio della cantautrice statunitense è caratterizzato da uno storytelling introspettivo, sempre fondato sulla sua distinta delicatezza, ma questa volta Taylor Swift punta a un target più maturo: da I Did Something Bad (“If a man talks shit, then I owe him nothing/ I don’t regret it one bit, ‘cause he had it coming”) a Delicate, in cui viene trattata la nevrosi che si insinua in una relazione a causa della pressione mediatica, fino a End Game, armoniosa collaborazione con Ed Sheeran e Future (“I bury hatchets but I keep maps of where I put ‘em.”).

A dispetto di quanto possa trasparire nella prima metà dell’album e dai due singoli promozionali …Ready for it? e Look What You Make Me Do, sul finale le sonorità calde da piano ballad di New Year’s Day spezzano l’atmosfera dark e satura di sintetizzatori, riportando l’ascoltatore a contatto con l’espressione sentimentale riconducibile ai classici di Ms. Swift, la parte più fragile di reputation (“Please don’t ever become a stranger/ whose laugh I could recognize anywhere”).

In un oceano di ipocrisia spesso mascherata da impegno sociale e politico, reputation si rivela una goccia di onestà nel music business.

Christopher Lobraico