Voto

8

Sono passati tredici anni dall’eponimo esordio di Ms. Swift, e appena due anni dall’ultimo lavoro in studio Reputation, un fiume in piena di quindici tracce che si riversa contro tutti coloro che l’hanno pubblicamente umiliata nel corso del suo primo decennio (o poco più) di carriera. Nonostante i recenti problemi con l’ormai ex etichetta discografica, rilevata in parte da Scooter Braun, producer che qualche anno fa si era preso gioco di lei attraverso i social, con Lover Taylor Swift è pronta a iniziare un nuovo capitolo del suo percorso professionale.

L’album, prodotto in parte da Jack Antonoff (in passato già al lavoro con Lorde, St. Vincent e la stessa Swift) si apre con la pungente I Forgot That You Existed (“I forgot that you existed/it isn’t love, it isn’t hate it’s just indifference”) e Cruel Summer scritta insieme ad Annie Clark, stagnandosi su un tappeto sonoro synth-pop che permea tutto l’album. Lover, però, trova il suo picco massimo nei segmenti più intimi e acustici, tra cui la titletrack, tra i brani più riusciti della discografia di Ms. Swift, e Soon You’ll Get Better, una toccante collaborazione con le Dixie Chicks dedicata alla convalescenza della madre malata di cancro (“In doctor’s office lightning I didn’t tell you I was scared/That was the first time we were there/Holy orange bottles, each night I pray to you/Desperate people found faith, so now I pray to Jesus too”).

Il settimo album della cantautrice statunitense gioca in contropiede rispetto agli standard del pop contemporaneo, dimostrando che la qualità compositiva e la cura dei dettagli possono essere rilevanti, per un brano, tanto quanto una hit di successo. Anche quando si tratta di un blockbuster discografico.

Christopher Lobraico