Voto

9

È passato soltanto un anno da Lover, il settimo album in studio di Taylor Swift. Un disco pop che prendeva le distanze dal sound tetro e dalle tematiche di Reputation in favore di un approccio più rilassato e intimo. Il tallone d’Achille dell’album, come per molti progetti discografici contemporanei, era facilmente riconducibile alla sua prolissità: diciotto tracce, un’epopea rosea che perdeva l’efficacia dei migliori brani in episodi meno ispirati. Folklore, ottavo lavoro annunciato a sorpresa lo scorso ventitré luglio e uscito il ventiquattro, ha il merito di colmare le debolezze dei suoi precedenti tre album.

Merito in parte della produzione affidata ad Aaron Dessner dei The National e alla scelta di non puntare su hit radiofoniche quanto su un’omogeneità ben più definita e un’anima stilistica squisitamente folk. Il primo videoclip promozionale diretto da Rodrigo Prieto – direttore della fotografia di Iñárritu e Scorsese – è la trasposizione visiva ideale per Cardigan, una delle tre parti del “Teenage Love Triangle” composto da August e Betty, che si basano sulla prospettiva sentimentale di tre persone diverse in tre momenti ben distinti della loro vita. The Last Great American Dinasty è un omaggio a Rebekah Harkness, brano in cui Ms. Swift trova dei punti di paragone in comune tra lei e la compositrice in quanto entrambe sono state spesso criticate e giudicate dall’opinione pubblica e dai tabloid. È Exile in collaborazione con i Bon Iver, però, la traccia più riuscita del disco: le due voci – più profonda quella di Vernon, più delicata quella di Taylor Swift – si alternano creando un’alchimia agrodolce sulle note malinconiche di un pianoforte, toccando le corde più intime di una relazione sentimentale tra disillusione (“I Think I’ve seen this film before, and I didn’t like the ending”) e rimorso (“So many sign, so many signs/You didn’t even see the signs”).

Con Folklore Taylor Swift realizza il suo lavoro più coerente e riuscito, accantonando il pop da classifica per dedicarsi ad un progetto più personale in cui affronta sogni e paure senza la fastidiosa retorica che spesso attanaglia le produzioni degli ultimi anni.

Christopher Lobraico