1. Un Taxi per l’Africa

Il collettivo romano Crudo Volta si occupa di documentare e diffondere le culture musicali dell’Africa contemporanea attraverso la loro etichetta discografica, Python Syndicate, e i loro film. Dal 2016 hanno iniziato a lavorare a un nuovo documentario, Taxi Waves (TIM Vision): un viaggio tra i Paesi del continente per racconta in musica e immagini il peculiare ambiente musicale che lo caratterizza. Dopo Woza Taxi e Yenkyi Taxi – dedicati rispettivamente a Sud Africa e Ghana – l’art director e sceneggiatore Mike Calandra Achode e il regista Tommaso Cassinis attraversano Nigeria, Somalia e Mozambico offrendo una cassa di risonanza importante a una musica che suona sorprendentemente cool e coinvolgente, a dispetto dei pregiudizi sul continente africano.

2. Afrobeat(s)

Quando si pensa all’Africa si immagina un enorme continente in cui tutti ballano la stessa musica al suono dello stesso tamburo. Ma questo stereotipo, così come il termine generico Afrobeat, non rispecchia la varietà di suoni né le peculiarità di ogni Paese che compone il continente. Questa la grande intuizione della serie: trasportare lo spettatore come su un Taxi alla scoperta della specificità dell’Africa contemporanea, raccontata direttamente dalle voci di artisti e produttori locali. Se l’Afrobeat vero e proprio nasce nei club di Lagos e raggiunge le classifiche internazionali con il suo mix di elettronica e hip-hop, ad Addis Abeba si fa elettronica con un limitato accesso a internet e la professione di musicista è osteggiata da antichi pregiudizi culturali.

3. Think Globally, Act Locally

Tre città, tre stili musicali, una sola costante: internet, trampolino di lancio per un intero movimento. Gli sviluppi delle nuove tecnologie hanno infatti permesso agli artisti di entrare in contatto con una varietà infinita di suoni e suggestioni su cui lavorare, oltre di avere facilmente disposizione un laptop e un microfono. Ma questo nuovo sound africano non dimentica le proprie radici: dal cantante nigeriano che usa lo slang delle baraccopoli in cui è cresciuto, all musica del Mozambico alla ricerca di un tratto distintivo tipicamente nazionale – nei passi di danza o nell’uso di strumenti tradizionali -, gli autori esprimono il legame quasi fisico che lega la loro città, la loro musica e la loro identità.

4. La parola agli artisti

Taxi Waves rifugge l’immagine dell’Africa da cartolina e mostra l’effettiva realtà urbana e culturale in cui la musica viene ascoltata, dai club patinati ai campetti di periferia, ciascuno con il proprio stile di abbigliamento e mood davanti alle telecamere. Lo stile di regia per le interviste è altrettanto anti convenzionale, evitando la classica inquadratura frontale per porsi al di sopra delle spalle dell’artista, portando lo spettatore in console proprio accanto a lui. Un’intimità che – nelle intenzioni di Achode – è il significato dietro al Taxi del titolo, come se il documentario fosse una guida locale che ci fa scoprire una realtà ancora inesplorata.

5. B-side

Ma la frenesia del viaggiare in taxi ha anche i suoi aspetti negativi. La serie evita dichiaratamente un approccio accademico per prediligere un andamento che è come “un girovagare in posti che conosci poco, […] senza avere particolari obiettivi o preconcetti”. Ciò significa, però, che non troverete lunghe spiegazioni, né ricostruzioni storiche del contesto in cui la telecamera si muove, ma uno sguardo diretto sulla realtà contemporanea. Ciò potrebbe rivelarsi un po’ spiazzante per chi non ha idea di chi siano Fela Kuti o Wizkid, ma forse è proprio questo il bello di Taxi Waves: abbassare il finestrino e lasciarsi avvolgere dai suoni di città tutte da scoprire.

Francesco Cirica