La sesta edizione torinese di Seeyousound, l’unico festival in Italia dedicato al cinema a tematica musicale, si è conclusa troppo presto. Ma non abbastanza da impedirci di accedere a un documentario che ci ha fatto alzare la testa dalle macroaree abitudinarie che settano i trend della musica del futuro prossimo per espandere i nostri orizzonti conoscitivi verso quei terreni che tendiamo a vedere con una sorta di distanza da osservatori partecipanti. Si chiama Taxi Waves: una mini-serie – distribuita su TIM VISION – divisa in tre mediometraggi documentaristici, ognuno incentrato su una diversa zona e quindi un diverso flusso culturale del continente africano. Questa divisione netta, che all’inizio sembra una scelta puramente didascalica, diventa poi la chiave che permette a un occhio occidentale di comprendere la rosa di varietà di fronte a cui ci si trova quando si parla di cultura africana, i diversi rapporti che questo continente-contenitore culturale può intrattenere con i mezzi di comunicazione e con la cultura globalizzata e le conseguenze e le direzioni di questa potenzialmente fruttuosa commistione.

E quindi abbiamo la Nigeria, con la scena di Làgos in piena ascesa e il suo afrobeat denso di influenze estere facili da raggiungere, cogliere e remixare per creare una commistione suggestiva ed efficace dal retrogusto hip-hop, affiancato da un aspetto comunicativo ed estetico curato dettagliatamente che strizza più di un occhio all’occidentalizzazione. Segue l’Etiopia, dove la direzione imbocca una strada più afrohouse, e ad Addis Abeba producer come Rophnan creano commistioni fra ritmi pseudo-tribali e house anni ’00 con risultati apparentemente anacronistici ma di un sorprendente eclettismo sonoro. Qui il contatto con la cultura globalizzata risulta meno immediato rispetto alla scena di Làgos, ma comunque efficace per un ipotetico lancio sul mercato internazionale.

Diversa la situazione in Mozambico, il Paese a cui è dedicata la terza parte della serie: le correnti musicali fioriscono e le menti si muovono, ma in una struttura esclusivamente iper low-budget e poco connessa con l’esterno. Gli artisti faticano a proporsi, sia a livello musicale che personale, e la scarsa percezione della cultura globalizzata rende difficile il rapporto ormai fondamentale coi social network e le tendenze di questi per individuare la propria nicchia nell’ambito commerciale. Il pericolo è spesso quello di emulare determinati aspetti musicali invece che prenderli come punti di riferimento da rielaborare su cui costruire la propria identità artistica.

Questo il complesso e variegato quadro culturale contemporaneo restituito grazie al lavoro fondamentale di Crudo Volta: l’unica associazione romana che si occupa della cultura afro in Italia, con all’attivo un’etichetta dedicata a sonorità gqom e Phyton Syndicate. Questi tre stralci sono solo la punta dell’iceberg del loro lavoro documentaristico nel format dei taxi, dopo altri lavori passati più in sordina come Woza Taxi e Yenkyi Taxi, che proponevano delle analisi della scena musicale ghanese: rappresentazioni di mondi emergenti da tenere d’occhio per sviluppare uno sguardo consapevole verso le tendenze di quella che sarà la musica del futuro prossimo.

Carlotta Magistris