Non esistono strumenti tarati per analizzare il cinema di Andrej Tarkovskij (1932-1986): tuttalpiù è possibile tracciare alcune linee interpretative per cercare di forzare l’impenetrabilità di ogni sua produzione. Stalker (1979) è l’ultimo dei film girati dal regista in URSS e segna il compimento del suo percorso poetico all’interno di una carriera eccentrica, nella quale cinema e poesia trovano numerosi punti di contatto.

I tre protagonisti, Stalker (Aleksandr Kajdanovskij), Scrittore (Anatolij Solonicyn) e Professore (Nikolaj Grin’ko) – privati di un nome proprio a rappresentare archetipi umani –, si introducono illegalmente nella Zona, luogo protetto dall’esercito e sede di una mistica stanza all’interno della quale si vocifera si possano esaudire i desideri più reconditi di ogni uomo. Il cammino per raggiungere la Zona è teoricamente breve, ma mette a dura prova chi vi penetra, e la strada più breve spesso porta all’errore. Il rischio di morte è altissimo e la Zona, che come l’Oceano di Solaris (1972) sembra quasi avere una propria coscienza, suole modificare le trappole che si interpongono tra i viaggiatori e la tanto agognata stanza. La situazione rimanda a una potente visione allegorica: ala Zona è simbolo della vita, viscosa e sfuggente, con le sue asperità e imprevedibilità alle quali gli uomini devono cercare di adattarsi. L’immaginario di questo luogo proibito è spettacolare: tra rovine di una civiltà perduta e tralicci curvati dalla natura, il percorso condurrà i tre protagonisti a modificare la loro visione del mondo.

Ciò che affascina della pellicola è la straordinaria concezione del tempo, quasi del tutto aliena al suo quotidiano scorrimento. Lo stesso regista ha affermato che il ritmo della narrazione viene scandito non dalla lunghezza dei brani montati, ma dal grado di tensione del tempo: l’impressione è quella di precipitare in una dimensione estremamente vicina all’atemporalità, dove il lento sviluppo dell’azione incappa in una continua distorsione, tornando sui propri passi, intrecciando diversi piani temporali e girando attorno ai complessi dialoghi dei tre protagonisti. Si crea così un vero e proprio labirinto: lo sviluppo del film si dilata e si contrae, sfuggendo a qualsiasi criterio di causalità. Nella Zona, d’altronde, le leggi terrestri vacillano. Le lente carrellate e il long take non paludano il ritmo della pellicola, poiché ogni parola, movimento e oggetto di scena contribuisce all’instaurazione di una tensione straziante, che obbliga lo spettatore a trattenere il fiato.

Il film si apre su un’ambientazione caratterizzata da un bianco e nero sporco, che scolpisce con una luce lugubre i volti dei personaggi e induce nello spettatore un sentimento di totale desolazione. Gli sfondi sono invasi da un’oscurità opprimente, mentre ciò che è posto in primo piano riluce di un bianco accecante, privo di sfumature. Il colore invade la scena solo quando si è all’interno della Zona, vero e proprio luogo di rinascita dello Stalker, che torna a respirare nella sua desolata quiete; ma è verde il colore che predomina. Qualsiasi eccesso di cromatismo è bandito dalla tavolozza delle scenografie e sono solo tinte sbiadite ad accompagnare il trio di avventurieri, fino a quando il passaggio nel Tritacarne, tunnel oscuro che porta al luogo più pericoloso della Zona, riporta il film all’aggressivo bianco e nero iniziale, cui sono consegnate le ultime sequenze della pellicola; fatta eccezione per l’ultima, dove l’ingresso in scena di Martyska (Nataša Abramova), figlia dello Stalker, permette il ritorno del colore. Un gioco sapiente che traccia l’ennesima sfumatura della pellicola.

Ambrogio Arienti