La sensazione più forte una volta usciti dal Franco Parenti dopo Tango Glaciale Reloaded è quella di essere stati rapiti e catapultati negli anni Ottanta: un trip di immagini a fumetto, di musica con cambi schizofrenici, di colori flash e di costumi da videoclip dei Duran Duran sono gli ingredienti di questo spettacolo. Missione compiuta, dato che si tratta di una ricostruzione fedelissima a Tango Glaciale, la fortunata produzione che Mario Martone mise in scena a soli ventidue anni consacrandolo alla fama internazionale. Il riallestimento a cura di Raffaele di Florio e Anna Redi è così filologicamente accurato da risultare “glaciale”, non solo per via della regia violenta, asettica e assolutamente avanguardistica per quegli anni, ma anche perché sembra che lo spettacolo sia appena stato tirato fuori da un freezer: “Tango Glaciale Unfrozen”, congelato nel 1982, da consumarsi preferibilmente entro trent’anni.

L’operazione però, più che dal regista che – si vocifera – un’operazione di archeologia teatrale avrebbe preferito una rivisitazione a opera di un giovane coreografo, è stata voluta dalla critica e saggista di danza Marinella Guatterini contestualmente al Progetto RIC.CI., un’antologia di spettacoli risalenti agli anni Ottanta/Novanta da lei ideata. Anche se stiamo vivendo l’epoca del revival in tutti i settori (moda, musica, divertimento – quanto sono cool le balere? – teatro), viene da chiedersi il significato di riproporre oggi uno spettacolo come Tango Glaciale, che nel 1982 era decisamente sperimentale, vicino all’immaginario del tempo e forte di un gusto estremamente pop. Ma oggi? Questione eternamente aperta: certe volte vale la pena scongelare dal freezer alcuni spettacoli solo per il gusto di assaporarli di nuovo e con un gusto più maturo. In questo caso però c’è qualcosa di più: la freschezza e la schiettezza degli interpreti, volutamente giovanissimi, che hanno saputo regalare momenti di leggerezza e di divertimento facile e per tutti, situazione ormai piuttosto rara nel panorama teatrale contemporaneo.

Il momento più forte arriva però a spettacolo finito: agli applausi finali con la platea in visibilio (pensate che fra il pubblico c’erano alcuni fan del regista che avevano visto la prima versione trentacinque anni prima!) gli interpreti ci riportano nel 2019 trotterellando per il palco con uno striscione che, il giorno del comizio di Matteo Salvini in Piazza Duomo, recita “RESTIAMO UMANI”. Un piccolo grande gesto di un cast che dal passato ha imparato innanzitutto il coraggio di schierarsi nel presente. Considerando questa chicca un elemento di attualizzazione più che sufficiente, battiamo le mani divertiti allo spettacolo di un regista geniale già in tenera età e alla macchina del tempo che ce l’ha portato indietro. 

Giada Vailati