Voto

6

Tangerines – Mandarini di Zaza Urushadze (2013) è un film estremamente fine. Il regista estone si affaccia al caotico scenario geopolitico post-sovietico in modo riservato e indaga la ferocia bellica tra ceceni e georgiani attraverso uno scorcio laterale ma intimistico: Tangerines – Mandarini rappresenta la collisione di due anime spezzate, portatrici di ideologie nemiche ma costrette a coesistere nella casa dell’uomo che le ha salvate. È proprio la casa del protagonista Ivo a rappresentare l’ultimo baluardo dell’ordine in lotta contro il disordine incombente: è una greenzone, un luogo sicuro e demilitarizzato. Il conflitto, infatti, così come l’avanzare del tempo e della storia, si sospende in questo idillio bucolico scaldato dai raggi del sole che penetrano tra i rami delle piante di mandarini, donando alla scena un’illuminazione puntiforme e suggestiva.

Se da una parte è doveroso riconoscere a Urushadze il merito di aver perseguito una linea diegetica semplice ma mai semplicistica, dall’altra infastidisce il finale incoerentemente carico di patetismo e di retorica, che stona con l’andamento precedente del film. Il motore narrativo del film, inoltre, ingrana con eccessiva lentezza generando un disequilibrio strutturale tra la prima parte al limite della stasi e la seconda molto densa.

La regia di Urushadze riduce il parlato e si muove in direzione pittorica privilegiando campi lunghi sulla vegetazione campestre e frequenti primi piani sulla disperazione ritratta dallo sguardo dei tre uomini: forse è proprio un simile stile registico che permette al protagonista Lembit Ulfsak di emergere con eleganza e composta austerità.

Giorgia Maestri