Voto

6.5

Takara – La notte che ho nuotato è un film che racchiude due importanti incontri: quello proficuo dietro la macchina da presa tra il francese Damien Manivel e il giapponese Kohei Igarashi e quello sfuggevole tra il protagonista Takara (Takara Kogawa) e suo padre. Presentato nel 2017 alla 74esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, il film inizia con la notte insonne di Takara, un bambino di 6 anni. Le ore al silenzio, mentre il resto della casa dorme con il papà già a lavoro presso il mercato del pesce, portano il piccolo a fare un disegno.

La camera quasi sempre fissa, che ricorda l’inconfondibile lavoro del maestro del cinema giapponese Yasujirō Ozu, segue Takara il mattino successivo, quando decide di deviare la strada per la scuola iniziando un viaggio verso il padre. E come i pesciolini colorati disegnati su quel foglio bianco che tanto vuole consegnare al papà, il bambino con la sua giacca variopinta si staglia sull’immensità bianca della neve. L’immagine si riempie di un candore cromatico che va di pari passo con l’innocenza fanciullesca del protagonista e con la semplicità narrativa del film, che è privo di dialoghi ma raccoglie con attenzione suoni e rumori delle strade e degli ambienti che Takara attraversa, creando una sorta di ossimoro sinestetico.

Sfociando quasi nell’opera documentaria, i due registi sono riusciti a realizzare una delicata fiaba priva di difficili ostacoli o spaventosi antagonisti ma che ha come unico e grande mostro gli estenuanti turni di lavoro che non permettono al padre del piccolo eroe di vivere anche solo una parvenza di quotidianità con lui. Una realtà questa che nel nostro paese appartiene forse solo ad alcuni casi isolati, ma che invece nelle famiglie giapponesi rappresenta purtroppo una normalità difficile da accettare.

Francesca Riccio