Voto

8.5

Berlino, 1977. Guadagnino si distacca immediatamente da Argento, mettendo subito in chiaro che il suo non è e non vuole essere un remake: prende la storia del 1977 e costruisce un film tutto suo, meno astratto e allucinato, più concreto e carnale. Il corpo femminile, inteso come luogo di connessione tra l’essere umano e le sue radici ancestrali, è il centro pulsante del film e raggiunge l’apice della forza nel ballo; un ballo demoniaco e terrificante, fatto di movimenti che coniugano grazia e mostruosità, fragilità e potere, vita e morte. Il percorso delle ballerine della scuola sotto la guida delle insegnanti-streghe diviene allora per Guadagnino un’esplorazione delle forme inusuali del corpo portata all’estremo, allo sfinimento, fino ad assumere la stessa funzione di una danza rituale che rivela l’essenza umana e la complessità dell’esistenza, segnate entrambe dalla presenza del male. Questa potenza orrorifica del movimento del corpo emerge nella scena più agghiacciante del film, in cui la danza della protagonista Susie (Dakota Johnson) è un vero e proprio rituale per uccidere una studentessa che si ribella al sistema: in un montaggio alternato ipnotico e terrificante vengono mostrati da un lato il gesto energico, vitale e dall’altro le sue conseguenze, necessariamente mortali.

Guadagnino sceglie di rinunciare al mistero – tanto la trama del film è nota – e si ancora invece al contesto storico: inserendo nel film riferimenti agli attentati della RAF e all’Olocausto va oltre la paura fine a se stessa dell’horror e riflette sulla presenza capillare e universale del male nel mondo; un male non metafisico ma concretizzatosi in un senso di colpa e di vergogna che si impossessa dell’uomo senza lasciargli alcuna possibilità di redenzione. Ma solo le donne, e ancora di più le madri, sembrano in grado di accettare e gestire questo fardello, raggiungendo un grado superiore di consapevolezza, di libertà e, quindi, di potere. È allora “solo” questo il segreto delle streghe?

Benedetta Pini