Voto

6.5

Dopo Nuevo Orden (2020) Michel Franco torna a raccontare la società messicana con Sundown, preferendo alla critica sociale un dramma esistenziale dai toni minimali. Presentato alla 78a mostra del cinema di Venezia, il film vede protagonisti Neil (Tim Roth) e Alice (Charlotte Gainsbourg), fratelli della ricca famiglia Bennett, nota all’interno dell’industria della carne. Durante una vacanza in un resort lussuoso di Acapulco, l’improvvisa notizia della morte della madre costringe i fratelli al ritorno, ma Neil finge di aver perso il passaporto e temporeggia per non dover tornare a Londra dalla famiglia. Rimanendo ad Acapulco, Neil sprofonda in uno stato di oblio che sembra ricercare costantemente, forse per sfuggire alle proprie responsabilità, anche se fino alla fine non conosceremo mai davvero il motivo della sua fuga. Spendendo le giornate a prendere il sole sulla spiaggia, bere e oziare, il misterioso protagonista sceglie di mortificarsi in un’eterna ripetizione anestetizzante.

Neil ha deciso di mettere fine alla propria vita ad Acapulco? Di aspettare lì che la sua vita volga al termine? Non ci è dato saperlo, e neanche importa: ciò che conta è il suo rifiuto di vivere, quasi fosse un fastidio, a cui risponde con un incessante moto ciondolante. La morte è ancora una volta l’ossessione che traina la narrazione di Franco: se in Nuevo Orden si esplicitava in rabbia sociale, qui viene rappresentata dal placido smarrimento del protagonista, in netto contrasto con la violenza che sembra esplodere ovunque e in maniera ingiustificata ad Acapulco –  ad esempio, un uomo viene ucciso sulla spiaggia senza destare troppa preoccupazione. La morte, inoltre, costituisce l’innesco di ogni punto di svolta del film – quella della madre, l’omicidio, la malattia – e la fonte della ricchezza della famiglia Bennett, una condanna ereditaria che ora porta Neil al patibolo, come suggeriscono le sue visioni di suini agonizzanti o sventrati.

Un parallelismo che si fa esplicito quando, sospettato di omicidio, il protagonista finisce in carcere, e alle immagini dei detenuti vengono accostate quelle delle visioni. Ma la sua condizione di privilegio economico gli permette presto uscire da quella gabbia mentale e tornare fuori nel mondo, dove tutto continua a essergli indifferente. Tutto si risolve infine sulla spiaggia, luogo simbolico della morte del protagonista: la sedia vuota su cui svolazzano i suoi vestiti è come se dichiarasse che il sole – così spesso inquadrato fino a diventare una presenza angosciante – lo ha finalmente dissolto, facendolo sparire. La fuga dal rassicurante contesto familiare diventa così il pretesto per raccontare il pessimismo di un uomo al tramonto della propria vita ad Acapulco, un’inquietante isola felice in cui può finalmente “riposare in pace”.

Carola Visca