Voto

7

Danzare con il diavolo per poi fuggire dall’inferno: è questo sostanzialmente il concetto che affiora da 13 Voices, il sesto album targato Sum 41. Se cinque anni di assenza non sembrano aver cambiato l’impronta pop-punk tipica della band canadese, le tematiche affrontate risultano invece una diretta conseguenza della lunga pausa: tutti i testi sono frutto di una terapia riabilitativa di quattro mesi, durante la quale Deryck Whibley, leader del gruppo, ha lottato contro i demoni dell’alcolismo.

Musicalmente parlando, 13 Voices fa l’eco a uno dei primi album da loro prodotti, Chuck (2004), quando in post-produzione il chitarrista Dave “Brownsound” Baksh aveva lasciato la band per ritornarvi in pianta stabile solo un anno fa. Un apporto fondamentale il suo, evidente in Goddamn I’m Dead Again, dove propone un solo di circa due minuti, e in Fake My Own Modern, brano modern-rock alimentato da cori ben congeniati e da riff d’ispirazione rock/metal.

Una chitarra, un paio di Converse, uno skateboard e una bottiglia di whiskey. Questi sono gli elementi che Whibley brucia all’interno del videoclip War, traccia che annuncia l’album: un gesto che vuole lasciarsi il passato e le vecchie abitudini alle spalle, un gesto che fa di 13 Voices un disco pregno di rivalsa.

Sabino Forte.

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