Chris e Tony, una coppia sposata di registi, si reca durante l’estate a Fårö – piccola isola del Mar Baltico – per lavorare ai rispettivi nuovi progetti. Inevitabilmente, sul loro viaggio aleggia lo spirito di Ingmar Bergman, il maestro del cinema svedese che abitò proprio a Fårö dal 1961 fino alla morte, avvenuta nel 2007. I due si sistemano in una casa vacanze provvista di mulino, la stessa in cui vennero girati gli interni di Scene di un matrimonio – film di Bergman del 1974, ora disponibile su Amazon Prime Video, con la grande Liv Ullmann. In un luogo tanto importante per la storia del cinema, non può che nascere una discussione riguardo al regista svedese, verso cui Chris prova un’incondizionata ammirazione mentre Tony non nasconde diverse remore nei suoi confronti. Lo scambio tra i due protagonisti rivela tuttavia una lettura profondamente superficiale quanto stereotipica dei lungometraggi presi in esame. È infatti estremamente errato limitare l’opera di Bergman solo alla tragedia e a una rappresentazione severa e dolente della morte e della colpa, escludendo – con l’eccezione di Fanny e Alexander (1982) – la presenza di film dai toni leggeri e dalla spinta vitalistica, come Sorrisi di una notte d’estate (1955), L’occhio del diavolo (1960), A proposito di tutte queste… signore (1963) e Il flauto magico (1975). Quella dei protagonisti – e dunque della regista Mia Hansen-Løve – appare una visione distorta e semplificata del cineasta svedese, che si ripercuote su tutto il lungometraggio.

Alle intense discussioni della coppia protagonista si contrappongono le iniziative turistiche attivate sull’isola per cannibalizzare l’eredità culturale del regista, che hanno portato a un progressivo mutamento di questi luoghi in tappe di pellegrinaggio per appassionati del mito-Bergman, trasformando la sua figura e le sue opere in simboli vuoti. Ed è su questo che riesce a farci riflettere Sull’isola di Bergman, facendo venire meno l’illusione di realtà su cui si fonda la rappresentazione cinematografica fino a fare combaciare gli spazi della finzione con quelli geografici: la spiaggia di Come in uno specchio (1961) torna a essere un litorale, mentre altri luoghi semplicemente scompaiono alla fine delle riprese – come la casa dove abita la protagonista de La Vergogna (1968). I protagonisti alla deriva, persi tra i luoghi dell’isola e spiritualmente alla ricerca di una nuova ispirazione per i loro progetti, alimentano un film nel film: il soggetto di Tony – che nasce come racconto al marito e poi diventa un vero e proprio set – abbandona la citazione diretta di Bergman e fa emergere la sua poetica tra le righe di una narrazione che riattualizza alcuni dei suoi temi cardine (citando, seppur indirettamente, il film del 2011 di Mia Hansen-Løve Un amore di gioventù). L’operazione, però, riesce solo a metà, in quanto mediata da una lettura deformata dei film che si vogliono omaggiare che mette in scena una storia d’amore che non prevede alcuna concessione alla felicità, condannata fin dal suo inizio.

Attorno ai protagonisti, un universo di personalità-isola, spinte alla socialità dalle convenzioni alla socialità ma destinate alla solitudine, inclusi i novelli sposi, secondo un gioco di rimandi che sembra guardare al Lars von Trier di Melancholia (2011). È l’incomunicabilità a minare il rapporta tra gli innamorati, presentata come un elemento congenito di ogni relazione, un conflitto che pare senza via d’uscita.

Davide Rui