Voto

7

La notte del 3 agosto 2014 l’Isis attacca un villaggio del Sinjar, regione dell’Iraq settentrionale storicamente abitata dalla minoranza religiosa degli yazidi. La madre e i fratelli di Nadia Murad, allora ventunenne, vengono massacrati, mentre lei e le sorelle sono fatte prigioniere e vendute come schiave. Per tre mesi la ragazza subisce violenze di ogni genere finché non riesce a scappare dai suoi carnefici, rifugiandosi prima in un campo profughi del Kurdistan iracheno per raggiungere poi la Germania.

Da quel momento comincia l’instancabile battaglia di Nadia per il riconoscimento del genocidio yazida e la persecuzione legale dei membri dell’Isis. L’unica, potentissima arma che la ragazza ha a disposizione in questa lotta è la sua storia. Per tutta la durata del documentario, firmato da Alexandria Bombach, vediamo Nadia raccontare quello che le è successo un’infinità di volte, tra giornali, stazioni radiofoniche e canali televisivi, fino al discorso di apertura all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tutti continuano a chiedere i dettagli del suo periodo di prigionia, ma nessuno pone mai la domanda più importante per Nadia, l’unica che vorrebbe davvero sentire: cosa si può fare per aiutare gli yazidi?

Quello della ragazza è un compito straziante, a ogni racconto è costretta a rivive gli orrori che ha passato; eppure trova sempre la forza di andare avanti. La macchina da presa segue Nadia durante le visite ad alcuni campi profughi in Grecia, ed è impressionante come ogni persona che incontra cerchi una forma di contatto con lei, che un bacio sulla guancia o un abbraccio scosso dal pianto. È diventata un simbolo per la comunità yazida, che la vede come una guida e ripone in lei ogni speranza. Una responsabilità enorme per la sua giovane età; un peso che, come allude il titolo della pellicola, poggia interamente sulle sue spalle.

Si vede quanto ha sofferto; si vede nei primissimi piani sul suo volto, che sembra più vecchio di quello che è, o sulla mano con cui si sistema i capelli, un gesto faticoso nella sua insignificanza. Bombach gira con rispetto e discrezione, riportando sullo shcermo la vita di Nadia con intuizioni giornalistiche e una grande empatia.

Clara Sutton

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