Presentato alla 76a edizione del Festival di Venezia, l’ultima opera del regista svedese Roy Andersson porta a riflettere sullo scenario attuale del cinema del suo paese d’origine, la Svezia, e su come si collochi questo film al suo interno. Salvo una manciata di casi di spicco, come l’acclamato Ruben Östlund con Forza Maggiore (2014) e The Square (2017), risulta infatti difficile individuare una cinematografia compatta. Piuttosto, ampliando il campo d’analisi si possono individuare più marcatamente linee e tendenze comuni al cinema dei Paesi nordici e tematizzate da registi come Haneke, Vinterberg e Lars Von Trier: analisi morali della società contemporanea, riflessioni etiche sull’essere umano e approcci teatrali alla figura dell’attore e alla composizione scenica. Fattori che possiamo ritrovare anche in Sulla Infinitezza, un film-antologia in episodi che racconta il collasso dell’essere umano, tanto come singolo quanto come collettività.

L’impianto visivo rimanda immediatamente al teatro, con la sua serie potenzialmente infinita di quadri statici ed insignificanti costituita da brevi piani sequenza all’interno dei quali si sviluppa un montaggio interno di goffi movimenti che descrivono una vuota ordinarietà: un uomo che beve champagne, delle ragazze che ballano per strada, un prete che va da uno psicologo, una lite al mercato. Un panorama di esseri umani che hanno perso la loro umanità, un attimo prima del collasso.

In un indefinito spazio-tempo, Roy Andersson mette in scena una città semideserta, all’interno della quale i pochi sopravvissuti, corpi svuotati da energie, fanno silenziosamente i conti con l’aleggiare di una minaccia invisibile, la sensazione di un misterioso disastro impellente. Il linguaggio che Andersson adotta è dunque quello di una teatralità priva di realismo, che vede corpi-fantocci svuotati di vita, pupazzi di uno stop motion in plastilina all’interno di irreali scenografie di cartone, osservati da una macchina da presa quasi sempre fissa.

Con queste premesse, le similitudini che le legano questo film al cinema svedese si fanno più evidenti. Lo stesso anno di Sulla Infinitezza esce infatti Something to Remember, amara animazione della regista Niki Lindroth von Bahr. Autrice di cinque cortometraggi animati in stop motion, von Bahr affronta, non per la prima volta, temi quali la rassegnazione e la banalità dei gesti quotidiani, all’interno di un cupo musical per episodi che più volte sfocia nella narrazione di un disastro di dimensioni apocalittiche. Something to Remember, come il suo precedente The Burden (2017), diventa così un interessante parallelo tematico e stilistico per il lungometraggio di Andersson.

Canti sofferenti un attimo prima della catastrofe, il cortometraggio animato e l’opera di Andersson raccontano, con due linguaggi più simili di quanto possa sembrare, la stessa situazione: l’inconsistenza degli atti ordinari e la perdita di energia vitale. Con la differenza che l’animazione arriva dove il live action non può arrivare: i personaggi di von Bahr sono animali umanizzati, o forse uomini che del loro essere umani hanno perso letteralmente tutto. Something to Remember proponeva, inoltre, la stessa struttura di Sull’infinitezza: una successione di episodi di attimi banali e ormai vuoti all’interno di spazi e tempi più o meno definiti, incorniciati in quadri quasi freddi e statici. La realizzazione quasi simultanea delle due opere è il risultato di un’amara coincidenza: due versioni non molto differenti della fine del mondo, o dell’umanità.

L’operazione compiuta da Andersson è quindi quella di utilizzare un linguaggio privo di realismo per raccontare la realtà più cruda, ritraendo tutto ciò che nell’umano è disumano per interrogarsi su cosa effettivamente sia quest’ultimo. Tra questi banali e vuoti episodi di vita ordinaria, vediamo comparire anche Hitler, alcuni soldati, una marcia di prigionieri: la vera catastrofe, per Andersson, sembra dunque essere quella umana, o meglio, quel disumano insito nell’umano che non può fare altro che distruggere se stesso. Eppure, in una delle più note immagini del film, troviamo speranza: un uomo e una donna, più simili ad angeli che a esseri umani, solcano in un caldo abbraccio i cieli di una città devastata. È la fine del mondo? O è “solamente” l’ennesima guerra?

Chiara Ghidelli