Voto

8

Sufjan Stevens non può e non vuole essere etichettato sotto un determinato genere musicale. Indie/folk minimalista, jazz, cori tradizionali evangelici, swing, elettronica sperimentale: ogni album è coerente solo a se stesso e The Ascension lo conferma. La nuova uscita si distacca totalmente da Carrie & Lowell e dalla sua poetica personale ed intimista. I due singoli rilasciati, America e Video Game, hanno fin da subito lasciato intendere una vena politica nei testi e beat avant-pop che rimangono presenti e persistenti nell’album.

Ad accogliere l’ascoltatore infatti è un’ora e venti di elettronica synth e a tratti psichedelica unita a versi disillusi (“Don’t do to me what you did to America”, America) che riportano l’inquietudine del vivere odierno e la rabbia verso una società che idolatra falsi dei (“I don’t wanna be your personal Jesus”, Video Game). La voce caratteristica di Stevens lenisce le sue parole taglienti che tuttavia, grazie a questo espediente, rimangono persino più impresse. Come in Die Happy, in cui il cantautore ripete per l’intera durata del brano “I wanna die happy”: una frase semplice e ben poco enigmatica, sussurrata e nascosta sotto strati melodici, si trasforma così in qualcosa di più misterioso, profondo, a tratti spirituale. Ed è proprio alla spiritualità e alla trascendenza che Stevens punta proponendo una comunione dei popoli come antidoto alla paura e unica strada per raggiungere la verità (“A new communion/With a paradise that brings/The truth of light within”, Run Away With Me). Ma la società attuale è contraddittoria, non degna di fiducia: si è autodistrutta a furia di psicofarmaci (Ativan) pur di non affrontare il proprio dolore e i propri demoni personali (Gilgamesh).

Tra desideri e rassegnazione, rancore e solitudine, The Ascension è un loop infinito di paradossi e incertezze, che smaschera un’attualità fatta di finzioni e valori effimeri di cui spogliarsi è impossibile.

Giulia Tonci Russo