Una carriera iniziata per caso venticinque anni fa, davanti alla macchina da presa di Luc Besson in Léon (Francia, 1994),  e che oggi l’ha resa una delle attrici più talentuose degli ultimi due decenni. Nell’immaginario comune, Natalie Portman è la senatrice Amidala della trilogia prequel di Guerre Stellari, è la ragazza che partorisce nel Wal-Mart di Qui dove batte il cuore (Matt Williams, USA, 2000), è la moglie di J. F. Kennedy in Jackie (Pablo Larraín, USA, 2016), è la spogliarellista Alice di Closer (Mike Nichols, USA, 2004) o, ancora, la ballerina Nina de Il cigno nero (Darren Aronofsky, USA, 2010) – che le è valso il Premio Oscar per la Miglior attrice protagonista. 

Scavando fra le pellicole dell’attrice israeliana c’è un ruolo che racchiude in sé i tratti distintivi della sua recitazione: Elizabeth di Knight of Cups (Terrence Malick, USA, 2015) sprigiona la straordinaria estensione della capacità mimetica di Natalie Portman. Pur abbandonandosi con tutta se stessa a quel ruolo, mantiene sempre qualcosa di intimamente suo, esprimendo la cifra personale della sua recitazione: la fisicità del corpo che permea un’espressività impareggiabile. E l’interpretazione che le affida Malick ne è la riprova: struggente, conflittuale, nostalgica, in bilico tra le anime che la abitano. Ed ecco la camera a mano del regista che la segue perdersi, dondolare, risollevarsi, cadere, ritrovarsi.

Elizabeth è una donna sposata, incinta (forse) di Rick (Christian Bale), uno sceneggiatore in crisi creativa ed esistenziale che si addentra in una frammentaria e disperata ricerca di se stesso. Tra le onde vorticose del cinema di Malick e la fotografia poetica di Emmanuel Lubezki, emerge la rarità di un personaggio capace di restituire intatta l’implosione emotiva che si sprigiona dal lieve voice over spezzato di Natalie Portman.

Elizabeth è un personaggio di gesti e di sguardi, che urla in silenzio la propria debolezza, che si plasma seguendo i movimenti di Rick, ne cerca il corpo, lo tocca e al contempo lo allontana. Il loro rapporto è allora il riflesso del cavaliere di coppe del titolo: c’è dualità nello sguardo della Portman, c’è la tristezza di un sorriso rimasto a metà, completato solo da ciò che Rick cerca, di un personaggio intrinsecamente contraddittorio, a cui solamente l’ampiezza del mare sembra dare risposta. Knight of Cups è un film con un andamento narrativo che rifiuta la linearità e abbraccia il flusso ondulatorio della memoria; come in un romanzo di Rachel Cusk, Elizabeth e Rick sembrano seguire le parole della scrittrice americana in Resoconto (Einaudi, 2018): “Suppongo che sia una forma di amore, credere in qualcosa che solo in due si può vedere”. 

Davide Spinelli