1. Big

L’adolescenza è arrivata a Hawkins, sconvolgendo la cittadina più famosa dell’Indiana con una ventata di tempeste ormonali, oltre alle solite – ma non per questo meno letali – minacce dal Sottosopra. Come i suoi protagonisti, anche la serie sembra fare un passo verso l’età adulta, abbandonando definitivamente l’atmosfera da I Goonies (1985) delle prime stagioni e virando verso l’horror. Non solo per via di un mostro che intreccia Alien (1979) e La cosa (1982), ma anche per il tono della narrazione, che si fa più oscuro, esplicito e violento. Come a dire che il mondo, fuori dall’infanzia, è un posto brutto, sporco e pericoloso, quasi quanto i colleghi che tormentano Nancy (Natalia Dyer) sul suo primo vero posto lavoro.

2. La storia fantastica

Da un punto di vista tecnico, questa terza stagione continua a ricalcare le grandi avventure cinematografiche firmate da Spielberg o Zemeckis: regia pulita e narrazione lineare, mentre la fotografia gioca con i colori primari e le suggestioni anni ’80 delle location. La scrittura riesce a coinvolgere e stupire, dosando sapientemente i momenti drammatici, comici e orrorifici, e a gestire con coerenza una serie di sottotrame che dividono i personaggi in gruppi, dotando ognuno di un proprio arco narrativo e tone of voice (ad esempio, a Nancy e Johnathan spettano i momenti più horror, mentre a Dustin e Steve le gag).

3. Alba Rossa

La terza stagione introduce una cospirazione di malvagi sovietici degna degli action movie anni ’80. Ma, ora come allora, si tratta di un nemico fatto esclusivamente di stereotipi e cliché ormai stantii. Certo, Stranger Things non è Chernobyl (2019), ma tra interrogatori a base di pentotal, accenti improbabili e il classico agente russo grande e grosso ricalcato sul Terminator di Schwarzenegger, sembra che i fratelli Duffer abbiano voluto fare una carrellata di luoghi comuni piuttosto che sfruttarli in modo inaspettato e creativo.

4. Corto Circuito

Come Mike e i suoi amici, anche Hopper (David Harbour) è cambiato, ma non in meglio. Se il burbero poliziotto dal cuore d’oro della prima stagione era stato completamente assorbito dal suo nuovo ruolo di papà nella seconda, la terza vede un vero e proprio corto circuito di queste due anime. Il nuovo Hopper è molto ruvido e straordinariamente violento con chi intacca il suo stile di vita, al punto da non farsi problemi a usare la tortura o a minacciare di morte un ragazzino. Tutti sintomi di un personaggio che ha fatto il famigerato “salto dello squalo”, andando a stressare al limite la sua caratterizzazione per il compiacimento del pubblico.

5. Il segreto del mio successo

Da Guerre Stellari (1977) in poi, gli anni ’80 sono stati il momento in cui il cinema e la televisione hanno iniziato a elaborare strategie di marketing per lucrare sulle loro storie e sui loro personaggi. Basti pensare che alcune serie (come Masters of the Universe) sono nate con il solo scopo di vendere il merchandising annesso. E Stranger Things non è da meno: si stima che più di 75 aziende abbiano fatto accordi con Netflix per far comparire i propri prodotti nella serie, altre (come l’italiana Ceramiche Ariostea) vi si sono ritrovate e non hanno esitato a lasciarsi illuminare dalla luce della notorietà riflessa dalla serie. Non è un caso che brand come Levi’s e Target abbiano creato delle linee ispirate allo stile di Millie Bobby Brown e che la Coca-Cola abbia rimesso in commercio la sua New Coke, lanciata senza successo proprio nel 1985 e oggetto degli elogi di Lucas (Caleb McLaughlin). Ma tutto ha un prezzo: Stranger Things rischia di trasformarsi in un’allettante vetrina senza sostanza, come quelle che popolano il nuovissimo shopping mall di Hawkins.

Francesco Cirica