Una presenza magnetica sul palco e un vocal range capace di ricordare contemporaneamente Patti Smith e Stevie Nicks: Florence Welch è la diva bohémien del panorama alternative rock dell’ultima decade. Nel corso degli anni ha definito il suo repertorio in una direzione sempre più sofisticata e gotica, tramutandolo in un rito sciamanico d’altri tempi influenzato dai propri drammi personali e dal songwriting di leggende come Nick Cave, Grace Slick e Kate Bush. Tra barocchismi, affreschi in musica dal fascino oscuro e citazioni bibliche, ripercorriamo le tappe che hanno reso la discografia dei Florence and The Machine uno degli esempi più iconici di un revival – quello del soft rock e dell’estetica anni ’70 che non smette di plasmare tanti grandi autori della nostra epoca, da Father John Misty a Lana Del Rey.

Lungs (2009)

Il debutto discografico dei Florence and The Machine vive di alti e bassi in parte dovuti alla soglia di sopportazione ormai satura del pubblico nei confronti delle sonorità indie rock. Proprio in quel periodo, infatti, la mancanza delle distorsioni e i ritornelli vacui di band come Kooks e Kaiser Chiefs iniziavano a mettere a dura prova i nervi di chi, fino a quel momento, aveva trovato in quella spensieratezza una via di fuga dall’approccio più classico del genere. Anche per questo, gruppi come i Killers e i Franz Ferdinand si troveranno a far fronte a un cambio di rotta repentino o addirittura, come nel caso degli Strokes, a un declino inevitabile. L’approccio pop legato a ritornelli risonanti sorretti dalle strofe è, anche per questo, sia la forza che il limite di Lungs, in cui però si intravede la volontà di fare leva sul mood ’70s che da lì in poi caratterizzerà sempre di più le successive uscite della band. Dal power folk di Dog Days Are Over a Cosmic Love, fino a You’ve Got the Love (cover della hit house di The Source): i Florence and The Machine soppiantano gli episodi meno coerenti – vedi Kiss With a Fist, singolo garage rock precedentemente proposto prima ancora dell’uscita di Lungs – con un sound messianico, ponendo le basi per il futuro e realizzando alcuni tra i cavalli di battaglia che contribuiranno al successo degli spettacolari live del gruppo.

Ceremonials (2011)

Ceremonials è il primo grande album dei Florence and The Machine. Le sonorità contaminate dall’alternative rock anni ’00 lascia finalmente il posto a una grandeur stilistica influenzata da artisti come Patti Smith, Nick Cave e Kate Bush. La voce di Florence Welch è ancora una volta protagonista, ma in modo differente rispetto a Lungs. Se nell’esordio discografico la potenza canora dell’autrice britannica si fondeva con i cori in un inquietudine che pervadeva molti brani del disco, in Ceremonials è la speranza e la consapevolezza a prendere il sopravvento. In tracce come Leave My Body e Breaking Down le fragilità di Welch, le sue paura e la sua continua lotta contro le dipendenze sono ben delineate nei testi. Tormenti che spesso fanno da contraltare alle sonorità upbeat, come in Breaking Down (“All alone/Even when I was a child/I’ve always known/There was something to be frightened of “), il primo singolo promozionale Shake It Out (“Regrets collect like old friends/Here to relive your darkest moments”) e Lover to Lover, la traccia più soul dell’album (“There’s no salvation for me now/No space among the clouds/And I feel I’m heading down”). Il culmine qualitativo viene raggiunto in No Light, No Light, primo brano scritto per il disco e secondo singolo promozionale in cui, su un tappeto ritmico e sonoro potente, si incrociano spiritualismo e il trauma dell’abbandono (“Would you leave me/If I told you what I’ve done?/And would you leave me/If I told you what I’ve become?” e “Through the crowd I was crying out and/In your place there were a thousand other faces/I was disappearing in plain sight/Heaven help me, I need to make it right”). Oltre che uno dei migliori album della breve discografia dei Florence and The Machine, Ceremonials è l’ideale anticamera del loro progetto più dark: How Big, How Blue, How Beautiful.

How Big, How Blue, How Beautiful (2015)

Il terzo album in studio della formazione londinese è, soprattutto nelle sonorità, il più cupo della discografia. Realizzato proprio nel periodo in cui l’autrice britannica era appena uscita dal limbo oscuro delle dipendenze l’album è stato registrato tra febbraio 2014 e i primi mesi del 2015 –, molti dei brani presenti nella tracklist riprendono l’approccio soft rock ’70s già ascoltato nel precedente disco. Oltre alle dipendenze, anche le relazioni tossiche dell’artista vengono affrontate durante l’ascolto dell’album, sin dal secondo singolo promozionale, l’energica Ship to Wreck: “Don’t touch the sleeping pills, they mess with my head/Dredging up great white sharks, swimming in the bed” e ancora “And, ah, my love remind me, what was it that I said?/I can’t help but pull the earth around me to make my bed”. Lo stesso vale per What Kind of Man, brano irrequieto sia nell’anima che nella forma. A differenza di Heavy In Your Arms, in cui l’autrice quasi sentiva la responsabilità della brutta piega presa dai suoi rapporti (“Are you strong enough to stand/Protecting both your heart and mine?”), in What Kind of Man la potente voce di Florence fa da sostegno alla rabbia frenetica che, in modo paradossalmente fermo, indica quanto siano state dannose certe frequentazioni (“What kind of man loves like this?/What kind of man?” e “You do such damage, how do you manage?/To have me crawling back for more”). Queen of Peace, quarta traccia dell’album, è invece il momento migliore dell’album. Un’arrembante pop-rock barocco in cui il dolore di un re e di una regina che hanno perso il proprio figlio in battaglia domina la traccia, in un’atmosfera permeata dalla sfarzosità orchestrale perfettamente funzionale all’armonia eterea del brano creata dagli archi e dai fiati. Tra sofferenza, riscatto e il senso di rassegnazione che emerge in brani come Various Storms & Saints, Long & Lost e Saint Jude, How Big, How Blue, How Beatuful consacra il successo raggiunto dal precedentemente Ceremonials.

High as Hope (2018)

High as Hope, l’ultimo album ad oggi di Florence Welch, è un capitolo dedito alla rinascita. I riferimenti mitologici del passato vengono accantonati in favore di una prospettiva, pur sempre onirica, ma più attuale e legata alla ricerca di se stessa. Le sonorità sono sempre caratterizzate da elementi preponderanti come gli arrangiamenti deflagranti, gli archi e i fiati. Dall’anoressia (“At seventeen, I started to starve myself”, Hunger) si torna alla dipendenza dalle droghe: Florence Welch osserva da lontano il dolore che durante gli anni ha messo a repentaglio la sua salute, ripercorrendo alcuni spaccati della sua vita tra inquietudine e strazio. L’esempio più calzante è No Choir, l’ultima traccia dell’album in cui Florence, in un flusso di coscienza, riflette su come sia possibile trarre ispirazione dai momenti felici della propria esistenza (“And it’s hard to write about being happy/’Cause the older I get/I find that happiness is an extremely uneventful subject”). L’acme dell’album, però, non può essere che Patricia: più volte citata come una delle sue principali influenze – anche in questa guida –, il brano è un’ode a Patti Smith e al suo punk “d’autore” che ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione artistica di Florence (“Oh Patricia, you’ve always been my North Star/And I have to tell you something/I’m still afraid of the dark/But you take my hand in your hand/From you the flowers grow/And do you understand with every seed you sow/You make this cold world beautiful?”). High as Hope è un album di transizione nella discografia della band, ma che con grande qualità proietta il futuro ancora tutto da scrivere dei Florence and The Machine verso orizzonti più ambiziosi e, forse, limpidi.

Christopher Lobraico