L’immaginario collettivo legato allo spionaggio è, ça va sans dire, elusivamente maschile e, spesso e volentieri, pure maschilista (chi può salvare una bond girl dal suo tragico destino di morte dopo aver esaurito le due o tre battute destinatele dalla sceneggiatura?). Ma se mai dovessimo pensare ad una spia donna, come la immagineremmo attingendo a quello stesso immaginario? La nostra mente andrebbe subito a Mata Hari, la ballerina esotica che si servì delle proprie relazioni intime con ufficiali francesi e tedeschi per passare informazioni ad entrambi gli schieramenti durante la Prima Guerra Mondiale. Una femme fatale, dunque, che ci figuriamo nell’atto di sussurrare segreti militare alle orecchie inebriate di uomini inconsapevoli.

Un’immagine di cui Mata Hari non è l’unica artefice: tante furono le attrici, ballerine e nobildonne coinvolte in vere o presunte attività di spionaggio. Dalla diva Marlene Dietrich alla “venere nera” Joséphine Baker, una delle prime celebrità di colore e coinvolta nel controspionaggio francese durante la Seconda Guerra Mondiale. Piuttosto celebre è anche il “Caso Profumo” – da cui nel 1989 è stato tratto il film Scandal, il Caso Profumo di Michael Caton-Jones – lo scandalo politico e sessuale con protagonista la ballerina e modella Christine Keeler, amante nel 1961 tanto del Segretario di Stato inglese John Profumo quanto di un addetto all’ambasciata russa.

Amanti, dunque: donne che hanno nella camera da letto il luogo d’elezione per svolgere le proprie attività spionistiche e che agiscono servendosi del proprio corpo, sella propria sensualità, soggiogando e ammaliando poveri uomini ignari. La Storia però non è proprio questa. È fatta di Mata Hari come di Lawrence d’Arabia, certo, ma anche di stuoli di impiegati e impiegate operanti in ambasciate, quartier generali militari o negli uffici e archivi dei servizi segreti. Uomini e donne che hanno contribuito al sistema spionistico bellico anche solo compilando schedari d’archivio. È con lo scopo di dare voce ad alcune di queste figure e scardinare l’immagine faziosa della spia come femme fatale, che la giornalista francese Chloé Aeberhardt indaga sul ruolo delle donne nelle attività spionistiche in corso durante la Guerra Fredda.

Les Espionnent racontent episodio 1: Geneviève : La liste russe de la DST

I risultati delle sue ricerche, condotte in cinque anni tra Europa, Medio Oriente e Russia, confluiscono prima nel libro Les espionnes racontent pubblicato nel 2017, poi nella serie animata Le spie raccontano – Le eroine dei servizi segreti durante la guerra fredda, disponibile gratuitamente su Arte in italiano. Si tratta di sei episodi da appena 7 minuti l’uno, ognuno dedicato ad una spia diversa, a cui l’illustratrice Aurélie Pollet dona il volto e l’attrice Miou-Miou la voce. Aeberhardt non solo porta alla luce le vicende personali di queste sei donne e il loro coinvolgimento nella guerra, ma le rintraccia per incontrarle di persona e intervistarle. In questo modo lascia emergere le loro personalità e il modo con cui ognuna di loro si confronta con il proprio passato. Tra il patriottico orgoglio di alcune e la reticenza al racconto di altre, tutte sembrano aver accantonato quel capitolo della propria vita, di averlo ormai confinato in un angolo oscuro e nascosto della memoria. In questo senso, sono piuttosto impressionanti le affermazioni di Gabrielle, impiegata nel KGB, che, messa davanti agli orrori commessi dalla Stasi, risponde: “Non approvavo tutto, ma rifarei tutto nelle stesse condizioni di allora”.

Da Mosca a Berlino, dall’Argentina all’Etiopia popolata di ebrei perseguitati da espatriare, i racconti della giornalista spaziano in terre lontane, coinvolgendo, ad esempio, un’assistente di volo assoldata per la propria conoscenza delle lingue, un’addestratrice di brigate panamense reclutata dalla DIA per scovare un dittatore alla macchia o un’archivista parigina incaricata di compilare schedari con fotografie e informazioni sulle presunte spie del KGB in Francia. Aeberhardt, però, ritrae anche sé stessa: si espone in prima persona condividendo le proprie impressioni sulle protagoniste della sua storia e raccontando quali indizi le hanno permesso di rintracciarle. È grazie al suo lavoro d’archivio se alcune di queste donne hanno potuto raccontare e condividere, in alcuni casi per la prima volta, parte del proprio passato, permettendole di tramandarlo.

Chloé Aeberhardt, insieme alle spie di cui racconta, contribuisce a tracciare un ritratto nuovo e appassionante delle donne attive nello spionaggio internazionale, fornendo nuovi modelli al nostro immaginario e, auspicabilmente, inducendo gli spettatori a curiosare nella Storia, alla scoperta di altri falsi miti da riconsiderare.

Giorgia Maestri