Voto

8

Catullo lo diceva già secoli e secoli fa: si ama e si odia insieme. Un accostamento ossimorico solo in apparenza che è invece reale e straziante in tutta la sua incomprensibilità. Riflettendo sul tema, Noah Baumbach scrive e dirige un carme lacerante, disperato e allo stesso tempo liberatorio: presentato a Venezia 76 e candidato ai Golden Globe 2020 con sei nomination, è (la) Storia di un matrimonio. Lei è Nicole e lui è Charlie (Scarlett Johansson e Adam Driver): lui regista teatrale, lei attrice, lei coraggiosa e sincera, lui indomito e meticoloso; lei lascia sempre gli sportelli aperti ma li chiude per lui, che accetta gli sbalzi d’umore di lei. Questa storia viene raccontata con strati e strati di sfumature drammaturgiche, con una colonna sonora sorda intessuta a una sceneggiatura solida, che disegna le forme e la sostanza dei personaggi – anche quelli di contorno come l’avvocato Nora Fanshaw (Laura Dern) –, pesa le parole e sottolinea le azioni, che costruisce scene esilaranti e sa curare con attenzione ogni particolare. Il titolo, fedele all’originale, rovescia un messaggio che si ripropone continuamente nel corso del film: la storia del matrimonio di Charlie e Nicole non è altro che la storia del loro divorzio, ed è proprio in questo grande contrasto che è racchiusa tutta la forza di questa pellicola minuziosa e precisa, che accarezza, colpisce e atterrisce lo spettatore con la potenza di un carro armato.

È un Kramer contro Kramer quarant’anni dopo, versione aggiornata ma neanche tanto, un monito consolatorio che riflette su quanto il cambiamento (soprattutto la voglia di) sia nella natura umana. E quindi vi rientrano anche il matrimonio – ormai atto rivoluzionario per via della sua cieca speranza nell’amore – e la separazione – con l’ammissione di fallimento e gli strascichi inevitabili che porta con sé – di Charlie e Nicole; cambiamenti che toccano tutte le persone attorno a loro: il gruppo di amici, i parenti e il loro unico figlio Henry (Azhy Robertson). Nel continuo convincersi delle profonde differenze che li allontanano – le stesse che poi li legano e paradossalmente li completano – emerge la figura di una donna che smette di nascondere le lacrime e di fuggire dall’infelicità per riconciliarsi con se stessa prima che con gli altri, per trovare un suo equilibrio prima di reggere quello degli altri.

Noah Baumbach indaga le manie, le angosce e i timori che ci accomunano tutti – c’è chi in casa spegne compulsivamente ogni luce o chi prepara tazze di te senza motivo e le dimentica in giro –, irrompe nelle discussioni feroci in cui ci si urla qualunque cosa fino ad augurare la morte all’altro, spia dal buco della serratura e ci sussurra un segreto: tutto è temporaneo; qualcuno le chiamerebbe Scene da un matrimonio, qualcun altro direbbe “abbiamo giocato con la sostanza della vita e abbiamo perso” (Jules et Jim, François Truffaut, 1962). Storia di un matrimonio è un film pieno d’amore, un amore che conosce strade tanto complesse quanto imprevedibili. Certo, confondere il periodo Let’s Dance di David Bowie con quello di Station to Station può essere un più che valido motivo di divorzio, ma non si smette di amare, anche quando nulla ormai ha più senso.

Silvia Lamia