Voto

8.5

Il tempo è come vento che passa attraverso le persone. Lucy si sente come quel vento durante un infinito viaggio in macchina insieme al suo ragazzo, diretti alla casa dei genitori di lui. Fuori, la bufera: un vento ancor più forte, più forte addirittura del tempo. Noi spettatori siamo quel vento. Dalla penna dello stesso sceneggiatore – e premio Oscar – di Se mi lasci ti cancello (Michel Gondry, 2004) nasce un nuovo (e forse ancor più grande) labirinto emotivo e cinematografico senza uscita. In entrambi i film, al centro ci sono relazioni problematiche che diventano deliri onirici: ma se Se mi lasci ti cancello era un piacevole sogno nostalgico, Sto pensando di finirla qui ci trascina in un grottesco incubo. E questa volta non c’è nessuna macchina-elimina-ricordi a giustificarlo e a costituirne la bussola. Sto pensando di finirla qui è tante cose: una frase, un pensiero, l’inizio di un flusso di coscienza, un adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Iain Reid, una relazione che non va per il verso giusto, una vita di scelte sbagliate. Ma prima di tutto è cinema. L’ultima opera firmata Charlie Kaufman non può infatti definirsi semplicemente film: Sto pensando di finirla qui è una matrioska, e se individuarne il centro, la conclusione, è impossibile, Kaufman ne mostra (almeno) tre strati. 

Il primo è uno spassionato omaggio al mondo del cinema, che si fa allo stesso tempo forma e contenuto, significante e significato. Il film riesce infatti a toccare i più disparati generi cinematografici, dal dramma, al thriller e al musical, fino all’animazione, che convivono, si intrecciano e si contraddicono, convivendo in un’unica storia che, raccontando un ritorno a casa (che porta con sé un trauma ancor più grande di quello descritto nella poesia scritta da Lucy), racconta la complessità della psiche umana. Il risultato è un collage audiovisivo, un intricato ed enigmatico affresco cinematografico che rispecchia un affresco psicologico altrettanto enigmatico. Ma non solo: una dichiarazione d’amore per il cinema arriva anche dai protagonisti stessi, che in un climax di citazioni – da Zemeckis a Cassavetes – sembrano assumere i caratteri di personaggi di altri film, al punto di rischiare di perdere la loro autentica identità.

“La maggior parte delle persone sono altre persone, i loro pensieri sono opinioni di qualcun altro, la loro vita è un’imitazione. La loro passione una citazione”. Questo il secondo strato della matrioska: l’insostituibilità dell’essere umano. È sempre il flusso di coscienza di Lucy a condurre la narrazione, sviscerando le sue memorie e le memorie di chi le sta attorno, all’interno di un contesto che non sembra mai smettere di tramutarsi in altro e in cui l’unicità dell’individuo viene messa in discussione. Ed è qui che Kaufman riesce a dimostrare che le sue doti di regia sono all’altezza della sua sceneggiatura: con eleganti, lenti ma anche ansiogeni movimenti di macchina, costruisce un mondo confinato nel fuori campo. Un mondo che vede muoversi personaggi quando noi non li vediamo, li vede toccarsi, addirittura fondersi o scambiarsi, un mondo (e un tempo) in cui eventi cruciali si manifestano e di cui percepiamo solamente le spiazzanti e disorientanti scie. Un fuori campo – una voce in segreteria, una risata dalla stanza accanto o il semplice scorrere del tempo – con spiegazioni che la macchina da presa non riesce o non vuole catturare

È forse quello scorrere del tempo, incessante e disordinato come il vento durante la bufera, a costituire il terzo strato dell’ossatura del film. Sto pensando di finirla qui è una macchina del tempo, o più precisamente una macchina di ricordi passati e possibilità future. Una macchina che trasforma il tempo in una sostanza fluida popolata da fantasmi dall’identità mutevole, in cui non esiste un principio ma in cui si cerca, come suggerisce il titolo, una fine. Una macchina, se ci si pensa, non così diversa da quella utilizzata da Joel e Clementine: forse Lucy e Jake si sono sottoposti allo stesso trattamento. Riprendendo crisi esistenziali e drammi sentimentali del suo precedente Anomalisa, Kaufman fa di nuovo centro. Questa volta in una complessa opera che, tra le altre cose, ci dice anche che tutto vuole vivere, che tutto deve morire e che niente andrà meglio. Ora disponibile su Netflix. 

Chiara Ghidelli