Un dramma psicologico fortemente claustrofobico in cui le tinte pastello fanno da contrasto a una spirale di ossessioni, allucinazioni e angosce. Questo, in breve, è Spencer, il nuovo biopic firmato dal regista cileno Pablo Larraín sulla figura di Lady D e disponibile in streaming su Amazon Prime Video. Al centro, il dramma di Diana, la sua figura pubblica, la sua anima privata, punto focale di un film dalle pennellate impressioniste, dai tocchi fugaci volti a trasmettere l’angoscia crescente di una donna prigioniera in una gabbia dorata. Gabbia che ha la misura di una collana di perle, la stessa regalata da Carlo a Camilla, che stringe Diana quasi a soffocarla, insieme a quegli abiti regali che la vogliono rendere la principessa di una fiaba, priva di ogni libertà e rinchiusa in un castello ostile e spettrale. 

La monarchia rappresentata da Larraín si rivela quasi militare nel rispettare le tradizioni, nell’insegnare ai rampolli a sparare fin da piccoli e nel nascondere il sordido sotto a un’opulenza e uno sfarzo ostentati, soffocando Diana in un’atmosfera opprimente, quasi horror. L’interpretazione leggermente sopra le righe di Kristen Stewart, che nonostante la nomination all’Oscar non riesce a competere con Emma Corrin di The Crown, vuole comunicare la tragedia femminista di una donna pressoché perfetta quanto infelice. Paradossalmente, sono proprio l’innata perfezione, la bellezza e la semplicità di Diana a renderla un’esclusa all’interno di un mondo di fasti e regole, di cerimonie e protocolli, di rinunce e apparenze, di ruoli e pattern predefiniti che Diana non riesce ad assimilare.

Soffermandosi sul disturbo bulimico di Lady D., Larraín ne individua le cause in quella logorante sensazione di inadeguatezza che attanaglia lo stomaco nel sentirsi rifiutata, giudicata e non amata proprio dalle persone più care. Così, la sceneggiatura di Stephen Knight alterna le rigidità del protocollo di corte e le imposizioni spesso assurde di un sistema auto referenziale, alle ansie, la depressione, gli sforzi di Diana per adattarsi alle esigenze della Corona, mentre spettri, proiezioni e ricordi le agitano la mente, in un crescendo ansiogeno e claustrofobico magistralmente accompagnato dalle note furiose in distorsione della colonna sonora di Jonny Greenwood. Il risultato è un racconto quasi noir nei tanti richiami a Daphne du Maurier, in cui i fantasmi della mente e gli spietati aguzzini della realtà si danno il cambio nel portare Diana al decadimento psichico più completo. Eppure, come spesso accade, i veri nemici non sono gli spettri che attendono in agguato negli angoli più bui della mente, ma le persone in carne e ossa, quelle stesse che si dichiarano così preoccupate per la salute della principessa.

Larraín mette in scena il sottile gioco psicologico del gaslighting, della manipolazione affettiva, della violenza capace di imprigionare ben più di una costrizione fisica. Così, ogni parola, ogni intenzione, ogni ritardo, ogni più piccola infrazione vengono usate contro di lei, sempre osservata, se non spiata, da invadenti domestici che riferiscono ogni sua azione; dal boccone ingerito, a ogni chilo perso. Il tutto sfocia in una favola nera, in cui fantasmi quasi gotici – a cominciare da quello di Anna Bolena, la regina ripudiata e uccisa da Enrico VIII perché invaghitosi di un’altra – nonché gli echi di un’infanzia ricca di promesse e sogni disillusi, risvegliano in Diana la volontà di riappropriarsi della sua vita, al di là dell’icona, dell’immagine e del simbolo, svuotati ormai di ogni significato. Non più una principessa ma una madre, non più Lady Di, o Diana, ma solo Spencer, una donna che “indossa” il proprio cognome, la propria identità. Che sopravvive ben oltre la sua leggenda.

Anna Chiari