Voto

5

Ernst Stavro Blofeld doveva restarsene a costruire satelliti foderati di diamanti come faceva nel 1971 in quel giocattolone sconclusionato che è Una cascata di diamanti, vale a dire l’ultima avventura che lo vedeva come arci-nemico di 007. 

Nel nuovo film bondiano, Spectre, si vuol far credere che fosse proprio Blofeld l’eminenza grigia che radiocomandava tanto Le Chiffre (in Casino Royale) quanto l’associazione a delinquere Quantum (in Quantum Of Solace) e persino un cane sciolto come Raoul Silva (in Skyfall)Ma proprio le disavventure di Silva – che in nome della vendetta privata era disposto a perdere tutto e anche ciò che evidentemente non gli apparteneva, se in fondo era soltanto un agente stipendiato della Spectre! – dovrebbero persuadere Blofeld a non rischiare il proprio impero per dare la caccia all’immortale agente di Sua Maestà.

Spectre invece – nel tentativo di dare un legame a ciò che non può essere legato – riprende paradossalmente proprio quel vecchio andazzo della serie che i film interpretati da Daniel Craig avevano presuntuosamente fatto finta di debellare in nome della continuità: fare degli antagonisti di Bond dei clown incapaci di imparare dai propri errori e di valutare le proprie priorità.

Forte del suo subdolo carisma, Christoph Waltz, il nuovo Blofeld, si prodiga per evitare che il suo personaggio diventi un cattivo da burletta, cosa che sarebbe inammissibile dopo l’hugoesco Silva interpretato nel capitolo precedente da Javier Bardem, che ispirava un vero e appiccicoso raccapriccio. Ciononostante Waltz si trova a combattere non tanto contro Bond quanto contro una sceneggiatura pomposa che gli attribuisce delle motivazioni para-psicoanalitiche (suo padre aveva voluto più bene a 007 che a lui…) che sfigurerebbero persino nei primi film di Dario Argento.

In Spectre troviamo anche uno scialbo malvagio secondario, cioè C: è il sovrintendente alla fusione tra MI5 e MI6, e sta cercando – su mandato di Blofeld – di creare un nuovo ordine mondiale fondato sullo spionaggio telematico. Senza entrare nel merito dell’interpretazione di Andrew Scott, è evidente che questo personaggio serve soltanto per non lasciare con le mani in mano il nuovo M, cioè Gareth Mallory, impersonato da Ralph Fiennes.

Spectre - Christoph Waltz

È facile immaginare gli sceneggiatori – lo storico duo Purvis-Wade e Jez Butterworth e il (qui non tanto) grande drammaturgo John Logan – che dibattono animatamente in un brain-storming di gruppo simile a quelli degli sfaccendati autori televisivi rappresentati nella serie TV Boris: “Ma bravo!” – dice Purvis a Logan – “In Skyfall hai voluto che Ralph Fiennes diventasse M… E ora cosa gli facciamo fare? Quello lì è un duro, mica possiamo tenerlo a fare da tappezzeria!” “Beh,” – ribatte Logan – “potremmo mettergli contro un grigio burocrate che afferma con arroganza che 007 è un dinosauro”. “Bella idea! Ma Judi Dench non aveva già detto qualcosa del genere in Goldeneye?” “Ma è roba di vent’anni fa,” – interviene Wade – “figurati se qualcuno lo ricorda!”. Quando un canale di Sky viene adibito alla trasmissione in loop dell’intera saga di 007, può essere che qualcuno se ne ricordi…

Forse tanta severità sarebbe fuori luogo se la EON non avesse deciso, dal 2006 in poi, di dare ai nuovi capitoli bondiani una vena quasi autoriale: da Casino Royale in poi (e in particolare ora che a dirigere c’è Sam Mendes) i film di 007 testimoniano la volontà di dar vita a una collana di opere d’arte totali fondata sulla materia bruta delle sparatorie e degli inseguimenti.

In Spectre la “totalità” artistica non viene raggiunta proprio a causa della sceneggiatura, che medica le proprie lacune con un citazionismo smisurato e che ripristina – in chiave più pretenziosa e melodrammatica – il regime della stupidità in vigore ai tempi di Die Another Day (pur senza arrivare a ideare BMW invisibili o palazzi di ghiaccio). Questo produce un effetto domino che guasta anche le componenti abitualmente inattaccabili nei film con Bond-Craig, a partire proprio dal buon Daniel che – per quanto padroneggi il proprio ruolo con indiscutibile sicurezza – viene costretto a muoversi con la grazia di un elefante in una cristalleria, tanto che molte esplosioni e altri cataclismi li produce a sua insaputa.

Pure scenografia e fotografia hanno smarrito lo stile stupefacente di Skyfall, sostituendolo con una ieraticità spettacolare ma anonima (specialmente nella scena del meeting della Spectre) che dovrebbe servire a esaltare l’arrivo del Capo dei Capi, Ernst Stavro Blofeld, il quale – in ultima analisi – non è solo la causa di tutte le disgrazie dell’umanità, ma anche di quelle del film.

P.S.: Léa Seydoux è la classica Bond Girl un po’ selvatica che, lavorando gomito a gomito con 007, arriva a pensare che “nessuno lo fa meglio”, benché James abbia rischiato di ucciderla in modi molto elaborati. Niente nuove, buone nuove – come si suol dire. La farfugliante Monica Bellucci, nei panni della vedova allegra Lucia Sciarra, con veletta d’ordinanza, è un residuato del Regno delle Due Sicilie. La battuta che Bond le rivolge prima di abbandonarla al suo destino, “Addio, Donna Lucia”, dice tutto.

Andrea Lohengrin Meroni

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