Voto

5

Lo spettro del Neorealismo continua a rallentare il cinema italiano, che preferisce crogiolarsi nell’estetica simbolica di un passato glorioso piuttosto che rinnovare un linguaggio ormai già ampiamente esplorato. In questo filone tradizionalista si colloca l’opera seconda di finzione dei fratelli De Serio, che decidono di portare in scena gli orrori del caporalato guardando ai capolavori di De Sica e agli ultimi di Garrone. Ma, a differenza dei suoi modelli, la vicenda di Giuseppe e Anto, tratta da un fatto di cronaca, appare inverosimile, non tanto per le premesse di un meridione depresso economicamente e socialmente, quanto per le traversie che i due devono affrontare.

Come in Ladri di Biciclette, al centro c’è un rapporto padre-figlio, ma se nel film di De Sica veniva analizzato il continuo mutamento degli equilibri di questa dinamica, in Spaccapietre rimane monolitica, priva di qualsivoglia cambiamento e impermeabile ai traumi che entrambi subiscono. Giuseppe rimane un personaggio burbero ma risoluto, privo però di quei momenti di umana fragilità che avevano reso i protagonisti del Neorealismo così umani e vicini al pubblico popolare. La solidità psichica dei personaggi si incrina solamente nel finale, che tuttavia, in mancanza di una struttura su cui reggersi, risulta forzato.

La disperazione del giovane Anto che piange per la morte della madre – una delle scene più riuscite del lungometraggio – si dissolve rapidamente, per lasciare spazio alla figura stereotipica del bambino curioso e distaccato dalla realtà, diventando quasi un elemento di intralcio per la narrazione. Il contesto in cui si svolge la vicenda, infatti, viene malamente sfruttato dal regista, e gli uomini che popolano la bidonville non solo altro che semplici comparse per l’economia del dramma. In primo piano c’è l’antagonista, ovvero il padrone del campo in cui i personaggi lavorano, caratterizzato da un tono estremamente macchiettistico e non in linea con il resto della sceneggiatura. Così, le scene in cui è protagonista crollano nella comicità involontaria.

Inquadratura dopo inquadratura i registi tratteggiano con naturalismo la vita quotidiana di un paesino rurale del meridione, un mondo povero, legato a un passato in progressivo disfacimento, in cui solo chi è capace di opprimere riesce a sopravvivere. Uno spaccato di vita quotidiana vera e vitale, la cui potenza viene in parte vanificata dalla seconda parte del film, interamente incentrata sulla vita nei campi, lo sfruttamento e il dominio delle organizzazioni criminali, raccontato con un’eccesso di drammatizzazione che inibisce la potenza stessa del film.

Davide Rui