Datato 1989, Le rose blu è un film indipendente firmato da tre cineaste italiane, Tiziana Pelerano, Anna Gasco ed Emanuela Piovano. La narrazione racconta la storia di oltre cinquanta detenute del carcere femminile delle Vallette di Torino, e si sviluppa intorno all’evento che funestò irrimediabilmente la loro vita nell’estate di quello stesso anno: il 3 giugno un incendio distrusse gran parte del carcere, causando la morte di 11 donne. Realizzato grazie a Camera Woman, un collettivo cinematografico attivo a Torino in quegli anni, Le rose blu vuole essere la testimonianza diretta di una voce interamente femminile, dotata di una forza capace di oltrepassare le evidenti imperfezioni tecniche. Un piccolo miracolo narrativo e cinematografico, in cui si ricerca bellezza laddove (forse) non c’è: nello sporco delle stanze, nelle magliette troppo strette sopra i seni, nei “costumi” bigi, negli sguardi diffidenti.

Le rose blu è un prodotto tutt’altro che perfetto: girato in 16 mm e poi allargato, deformato, per il grande schermo, risente dei mezzi limitati con cui è stato realizzato. Ma questo aspetto offre uno degli spunti di riflessione più interessanti del film: il contenuto precede la forma; Le rose blu porta a riconsiderare il rapporto tra questi due elementi. La pellicola non ha alcuna pretesa, né quella del dramma carcerario di tradizione americana, né quella documentaristica del reportage o dell’inchiesta: i pochi mezzi a disposizione delle cineaste sono messi completamente al servizio della storia che vogliono raccontare. In questo senso, la grammatica cinematografica è annullata e trasformata in un linguaggio primordiale, che si realizza solo nell’archeologia degli sguardi delle detenute. Le rose blu, un po’ come il quadro di Malevič, punta al grado zero: alla genuinità dell’essere “mal recitato” e quindi recitato “veramente”. Il film è un prodotto autentico nel senso più primitivo del termine, e la forma non risulta mai didascalica: è puro veicolo, tramite, medium.

La pellicola mette in luce, inoltre, il binomio carcere-solitudine. La donna deve bastare a se stessa nella sua condizione di isolamento in cella, nella sua geografia della memoria fatta di evocazioni, nella sua quotidianità avulsa dal tempo. Almarina (Einaudi, 2019) riflette sullo stesso punto: “Perché in carcere del presente non si parla, e il futuro non si immagina”. Le rose blu sottolinea i bias di genere che gravano sulle donne nella nostra società: è ancora più difficile immaginare un futuro che non sia in relazione a un uomo se sei una donna uscita dal carcere. A pochi giorni dal caso di revenge porn su Telegram, Le rose blu grida l’esigenza di una rivoluzione culturale che dovrebbe (ri)partire proprio da un aspetto che troppo spesso viene ignorato, soprattutto in carcere: l’educazione sessuale e all’affettività.

È nella poesia che lo sguardo femminile trova una via di fuga e di liberazione. La poesia che è gioco, è evasione, è povertà, è salvezza: soluzione inutile, ma non inutilizzabile.

“Le rose di solito hanno tanti colori / bianche rosse gialle. / Ma blu, blu fuori non ce ne sono rose blu. / Sono solo chiuse qua dentro. Eppure io di sera di notte di mattina / io le sento / io sento di notte ogni cuore / ogni cuore di queste mie amiche sento battere / le sento palpitare. / Esistiamo”

La pellicola propone una riflessione attualissima e interroga lo spettatore su due quesiti: il carcere è davvero il luogo in cui viene avviato il reinserimento sociale dei detenuti? Come può esserlo un luogo dimenticato sia dallo stato che dai cittadini?

Davide Spinelli