Voto

8

Scrivere una mappa dei ricordi d’infanzia fino all’adolescenza. When I Get Home, quarto album di Solange, è un tempio di suoni e campionamenti volto più a suggestionare che a interrogare: quattordici dei diciannove brani sono sotto i tre minuti di durata, con testi ridotti all’osso e un ritmo da filastrocche giostrato su basi chopped and screwed ed eteree prodotte da Pharrell, The Dream e Metro Boomin (solo per citarne alcuni).

Poche, pochissime hit, una su tutte Almeda, nella quale compare anche Playboi Carti e la dolcissima Stay Flo: Solange abbandona l’idea di concept album per avventurarsi in uno splendido assolo che ricorda i fasti di A Seat at the Table. Il resto dell’album è fatto di interludi che aprono nuovi capitoli e di citazioni da donne che hanno fatto la storia della black culture condite da bassi, dal pianoforte, da un duetto con Gucci Mane (My Skin My Logo) e momenti groove che fanno bene alla mente e toccano lo spirito.

When I Get Home è un intimo pellegrinaggio nella sensibilità di Solange, fatto di suoni registrati nella mente e poi esternati tramite magnifiche immagini sonore. Forse un eccesso di sperimentazione, che però si traduce in un lavoro magistralmente riuscito, capace di aprire nuovi spunti di riflessione su un genere come l’R&B. Un lavoro che dice moltissimo sul talento, anche da producer, della più giovane di casa Knowles.

Matteo Squillace